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Neuroscienze

L’insonnia ha una componente genetica

pubblicato il 13-01-2016
aggiornato il 24-02-2017

Uno studio americano, condotto su una popolazione di gemelli adulti, evidenzia una corresponsabilità dei geni dei disturbi cronici del sonno. Più esposte le donne

L’insonnia ha una componente genetica

Chi non ha mai passato una notte a contare le pecore? Forse nessuno. Ma per molti, le notti bianche sono una costante, di cui oggi potrebbe esserci una spiegazione. Secondo un ampio studio, condotto dall’Accademia Americana di Medicina del Sonno e pubblicato di recente sulla rivista Sleep, l’insonnia potrebbe infatti avere anche una componente genetica e a ereditarla sarebbero soprattutto le donne.

 

 

L’INSONNIA

La stima riguarda la popolazione americana, ma è ipotizzabile che non si discosti neppure da contesti europei e nazionali. I numeri sono piuttosto importanti e riferiscono che a soffrire di insonnia transiente, quella cioè passeggera, legata a una sovraeccitazione da stress, ansia, attacchi di panico, ma anche a stati emotivi positivi come momenti di felicità, contesti ambientali come eccessivi orari di lavoro, cambiamenti meteo, rumori e altro, sia il 30-35% della popolazione adulta. Più contenute, limitandosi a punte del 10%, sarebbero invece le forme di insonnia cronica, quella cioè che perdura da oltre tre mesi con episodi ricorrenti almeno tre notti a settimana, difficile addormentamento, sonni discontinui e risvegli spontanei prima del fatidico suono della sveglia.

 

LE DONNE PIU’ COLPITE

La recente ricerca americana si è basata su una rivalutazione dei dati del ‘Virginia Adult Twin Studies of Psychiatric and Substance Use Disorders’, riferiti a oltre 7.500 americani, coppie di gemelli adulti, che ha permesso però di evidenziare una nuova possibile sfaccettatura dell’insonnia. Rivelando cioè che non solo la problematica avrebbe anche una componente genetica ma che ad essere particolarmente sensibili all’influenza dei geni sarebbero nei 59% dei casi le donne contro solo il 38% degli uomini. «Il nostro studio - ha commentato Lind Mackenzie, dottorando presso il Virginia Institute for Psychiatric and Behavioral Genetics alla Virginia Commonwealth University nel Richmond - dimostra che l’insonnia ha una predisposizione di genere, su cui incidono componenti ambientali o patologie che disturbano addormentamento e sonno, e suggerirebbe la necessità di mettere a punto nell’approccio terapeutico all’insonnia interventi specifici e differenziati nei due gruppi di popolazione». 

 

LE LINEE GUIDA

Lo scorso giugno negli Stati Uniti sono state presentate delle linee guida, dedicate ai medici specialisti e alla popolazione generale, per la protezione della qualità del sonno quale componente essenziale anche nel miglioramento dello stato di salute. Tra i primi capisaldi si raccomanda innanzitutto l’attenzione alle ore riposo notturno: non meno di 6 sulle 24 ore giornaliere, soglia sotto la quale aumenterebbero sensibilmente i rischi per la salute e perfino per la mortalità, ma non più di 9-10 ore per un adulto in buone condizioni generali e con una normale vita attiva. Fanno eccezione i bambini e gli anziani la cui valutazione dei ritmi sonno-veglia va rapportata all’età, alle condizioni generali di salute e alle esigenze personali. 

 

CATEGORIE A RISCHIO

Un’ultima raccomandazione viene infine rivolta dalla Linee Guida Americane, estendibile però a qualsiasi popolazione e razza, alle categorie più a rischio. Quelle cioè dei guidatori, specie se adolescenti, invitati da un lato a riconoscere i sintomi della sonnolenza, una delle prime cause di incidenti stradali, avvertibile da un bisogno impellente di sonno del tutto simile alla richiesta di cibo quando si ha fame. Dall’altro ad essere anche consapevoli dei principali fattori di rischio della sonnolenza: ore di sonno insufficiente o di scarsa qualità, ritmo sonno-veglia inappropriato, orario di guida (la sonnolenza si manifesta infatti maggiormente a metà pomeriggio e nelle prime ore del mattino); uso di famaci o sostanze.

Compresi nella categoria di attenzione vi sono poi i turnisti, spesso sottoposti a un carico extra di lavoro che può incidere sulla durata e la qualità del sonno; coloro che soffrono di apnee notturne, in cui possono susseguirsi anche centinaia di microrisvegli a notte, turbando l’efficacia e efficienza del riposo; i narcolettici che soffrono di una eccessiva sonnolenza diurna (ESD) che induce, mediamente ogni 2 ore a un irresistibile impulso all'addormentamento non procrastinabile. Più problematiche sono le forme di ESD aggravate da cataplessia, allucinazioni ipnagochiche (sogno ad occhi aperti) o paralisi. Tutte meritevoli, come ogni altra ‘patologia del sonno’, di trattamenti specifici e il più possibile tempestivi.


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