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Neuroscienze

L’insostenibile bellezza che dà le vertigini

pubblicato il 24-07-2014
aggiornato il 03-02-2017

E’ quella che si prova, insieme a tachicardia, emozione, spaesamento dinnanzi ai capolavori dei nostri musei. E’ la “sindrome di Stendhal”, lo scrittore che per primo la provò e che una psichiatra italiana ha studiato e classificato

L’insostenibile bellezza che dà le vertigini

Troppa bellezza artistica può far male. Non a noi italiani, pare, in quanto abituati a viverci in mezzo da sempre con l’abbondanza di capolavori che il nostro Paese racchiude (guarda caso ribattezzato da tempi lontani Belpaese). Ma ora che il numero di stranieri in visita, non solo delle spiagge, aumenta, si ripresenta qua e là, specie nelle città d’arte, la cosiddetta “sindrome di Stendhal”. Qualcosa tra l’attacco di panico e il sentirsi venir meno che prende il nome dallo scrittore francese che per primo lo descrisse nel 1817 all’uscita dalla Chiesa di Santa Croce a Firenze: «Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore, la vita per me era inaridita, camminavo temendo di cadere». Addirittura Asia Argento sviene dinanzi alla “troppa arte” contenuta negli Uffizi nel film del 1996 di suo padre Dario, intitolato appunto La sindrome di Stendhal.

 

GLI UFFIZI RISCHIOSI

Comunque, anche se non svenuti, furono turisti usciti da quella grandiosa Galleria che, sentendosi male in modo strano (e lì per lì preoccupante), si recarono all’Arcispedale Santa Maria Nuova sollevando la curiosità, e gli approfondimenti, della responsabile del Servizio per la salute mentale, Graziella Magherini. Fu questa psichiatra che, dopo aver esaminato un centinaio di casi, nel 1979  descrisse la sindrome e ne coniò il nome evocativo, che è rimasto ed è riconosciuto anche se non a livello di manuale di psichiatria. Perché poi tachicardia, senso di vertigine, confusione, provati soprattutto  dinnanzi a quadri e sculture specie in luoghi ristretti, presto passano, lasciando semmai un tono melanconico.

Come mai questo malessere? «Da un lato – risponde il professor  Massimo Biondi, psichiatra e psicoterapeuta dell’Università La Sapienza di Roma, - c’è, oltre all’opera d’arte, la fatica del turista, il luogo chiuso, l’aria viziata, lo stare in piedi: ebbene, sembra proprio la ricetta per scatenare l’attacco di panico. Una seconda radice, però, si può trovare legata a un impatto sulla coscienza di emozioni tali da creare in taluni una reazione breve di tipo dissociativo. Creando esperienze sensoriali anomale. Transitorie, certo, ma che sul momento appaiono drammatiche».

 

FUSIONE BIO E PSICHE

Che cosa entra in gioco dentro di noi? Biondi si limita ad osservare: «Negli ultimi anni con la risonanza magnetica funzionale si sono riconosciuti precisi – e anche inattesi - percorsi tra le connessioni cerebrali. E si è visto così che le esperienze del piacere passano per il nucleo accumbens, mentre rabbia e ansia passano per l’amigdala. Voglio dire che tutto questo sta disegnando un cervello molto psicologico, dove il confine tra biologia e psiche è sfumato». Vittorio Gallese, professore del Dipartimento di neuroscienze dell’Università di Parma, in un suo studio su Movimento, emozione ed empatia nell’esperienza estetica pubblicato su Trends, tira in ballo i neuroni specchio, di cui è stato scopritore con il gruppo di Giacomo Rizzolatti negli anni ‘90.

In particolare cita I Prigioni di Michelangelo e i Disastri della guerra di Goya: la sua ipotesi è che sia la terribile tensione muscolare dei giganti per liberarsi sia l’espressione dei volti come pure le scene di strazio del pittore spagnolo attivino, nel nostro cervello, i percorsi neuronali come se pure noi stessimo agendo e vivendo quegli sforzi e quel dolore. Questo avverrebbe tramite i neuroni specchio che “specchiano” appunto i movimenti e le emozioni di chi ci sta davanti creando in noi empatia. Immedesimazione.

 

NOI COME L’ARTISTA

Di più: soprattutto nella pittura e nella scultura, osserva Gallese, sono “visibili” i gesti compiuti dall’artista col pennello o con lo scalpello e anche questi si “riaccenderebbero” nel nostro cervello di osservatori facendoceli come rivivere e agire. In questo quadro, la “sindrome di Stendhal” potrebbe trovare spiegazione in una ipereccitabilità dei meccanismi cerebrali di pervasiva immedesimazione. Resta da spiegare perché – come pare – a soffrire di questo disturbo “d’arte” siano solo gli europei e i giapponesi.

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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