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Neuroscienze

Perché alcune esperienze si ricordano e altre no?

pubblicato il 27-01-2015
aggiornato il 09-02-2017

Uno studio americano getta nuova luce sui meccanismi neuronali coinvolti nella memoria durevole. Possibili nuiovi appigli per combattere l’Alzheimer

Perché alcune esperienze si ricordano e altre no?

Al microscopio si visualizzano come delle ramificazioni che ‘portano frutto’ ad una particolare funzione cerebrale: quella della memoria a lungo termine. Sono i dendriti e aiuterebbero a selezionare, fra i ricordi e le esperienze vissute, quelle che rimarranno indelebili e quelle che invece verranno archiviate nel dimenticatoio. Lo scoperta spetta a due ricercatori della Northwestern University negli Stati Uniti che hanno descritto il loro lavoro di ricerca in uno studio pubblicato su Nature.

 

LO STUDIO

Siamo ancora ad uno stadio sperimentale, ma una ricerca di laboratorio americana avrebbe ipotizzato che i dendriti, piccoli prolungamenti minori dei neuroni del cervello, agiscano da registratore della memoria contribuendo al processo di consolidamento di alcuni tipi di ricordi e di esclusione di altri. «Solo quando i dendriti si attivano - spiegano Mark Sheffield e Daniel Dombeck, autori dello studio - l’esperienza entra a far parte della memoria durevole».

Osservando il cervello di topolini con un particolare microscopio, i ricercatori sono riusciti a realizzare una mappa delle cellule nervose presenti nell’ippocampo dove risiederebbero alcuni neuroni, chiamati "place cells'"('cellule di luogo'), in grado di permettere agli animali di localizzarsi nello spazio, secondo quanto già scoperto da John O' Keefe, tra i vincitori del Premio Nobel per la Medicina di quest’anno.

Ma c’è di più, perché gli scienziati avrebbero anche dimostrato che il ricordo si fissa nella memoria e nel tempo solo quando sono attivi sia il dendrite (la periferia) sia la parte centrale del neurone, chiamata soma, da cui quel particolare dendrite dipende. I due elementi svolgerebbero cioè una azione solidale per la memoria solo se entrambi "accesi": il soma aiutando a rappresentare l’esperienza che si sta vivendo e il dendrite immagazzinandola poi fra i ricordi. Viceversa il ricordo sfuggirebbe se il soma è attivo e il dendrite a riposo. «Finora si pensava invece che le funzioni neuronali che ‘processano’ e accumulano la memoria – aggiungono i due ricercatori - fossero strettamente collegate e andassero sempre insieme».

 

LA SCOPERTA

Occorrono ulteriori studi per verificare la relazione neuroni-ricordo-memoria durevole, ma qualora i risultati preliminari fossero confermati si potrebbero aprire nuove vie di ricerca per combattere patologie collegate alla memoria, come la malattia di Alzheimer, individuando nei dendriti potenziali bersagli per trattamenti terapeutici.

 

IL PARERE ITALIANO

Lo studio americano è accolto positivamente anche dai ricercatori italiani, almeno per due motivi. Rappresenta innanzitutto un’evoluzione tecnologica delle neuroscienze. «Per la prima volta - dichiara Paolo Calabresi, professore di Neurologia presso l’Università di Perugia – grazie da un microscopio particolarmente sofisticato vengono registrate contemporaneamente le oscillazioni del calcio intracellulare sia dal corpo cellulare (soma) delle cellule nervose, in particolare di quelle ippocampali, ma anche dai suoi prolungamenti definiti come dendriti durante una navigazione virtuale.

I dendriti delle cellule ippocampali, definite “place cells”, sono una sorta di antenne che recepiscono le informazioni dall’esterno e che consentono all’uomo di orientarsi nello spazio. Teoricamente questo studio pone le basi tecnologiche per la possibilità futura di studiare l’attività del cervello in vivo da singoli neuroni e persino da singoli dendriti, mentre il soggetto è impegnato a svolgere compiti ed attività che coinvolgono l’apprendimento e la memoria». Il secondo motivo di interesse di questo studio è terapeutico. Infatti, i dendriti non hanno solo una funzione fisiologica, ma alcune precoci alterazioni di questi prolungamenti dei neuroni cerebrali, in taluni casi, possono essere indicatori e causa di malattia.

«Fra queste condizioni vi è la malattia di Alzheimer – aggiunge Calabresi - che inizia nell’ippocampo e che dà in modo precoce disturbi della memoria. Questo lavoro ci aiuta a capire che nell’ambito delle cellule responsabili della memoria sono i dendriti le strutture da tenere maggiormente sotto osservazione, come parti del neurone responsabili principali dello sviluppo di malattia.  Ancora i dendriti dovranno rappresentare il bersaglio per la realizzazione di terapie che possano prevenire i danni strutturali causati da frammenti proteici tossici generati dalla malattia stessa, frenando quindi la formazione delle placche dell’amiloide sulle quali gli interventi terapeutici sarebbero meno efficaci e più difficili».


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