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Neuroscienze

Perché non temere l’elettroshock: è una terapia salvavita

pubblicato il 12-02-2013
aggiornato il 14-01-2017

La conferma viene dalla Commissione d’inchiesta del Senato secondo cui viene adottata contro la depressione in 91 centri pubblici. Troppo spesso la si usa però prima dei farmaci. Per chiarire i dubbi ecco quando, dove, come e a chi si può applicare

Perché non temere l’elettroshock: è una terapia salvavita

Se si vuol parlare liberamente di elettrochoc, la prima cosa da cancellare è la nebbia del pregiudizio. Un nebbione, in questo caso. Nerissimo. Vale dunque iniziare con la testimonianze di una paziente, Giovanna M. di Monza, 52 anni: «Avevo provato di tutto, niente mi faceva effetto. La depressione mi aveva reso ormai una larva, stesa e incapace di tutto. Anche di lamentarmi. Quando mi hanno ricoverata al San Raffaele di Milano e mi hanno proposto l’elettrochoc non ho avuto alcuna reazione. Facessero quel che volevano, ma basta, basta tutto quel dolore! Lo so che molti non ci crederanno, ma ho parecchi testimoni, in prima fila marito e due figli: dovevo fare 8 applicazioni, però riavutami dall’anestesia della prima ero tutt’un'altra: ero io, io, forte e solare come sono sempre stata! Non osavo crederci. Gli altri elettrochoc in programma non li ho più fatti, ovvio. E ora che sono passati due anni sto ancora bene, naturalmente sempre sotto cura degli psichiatri».

Non a tutti accade, non a tutti nella prima applicazione, ma può succedere. Dunque bisognerebbe almeno esitare prima di “condannare” questa pratica medica, negandole ospitalità nello strumentario a disposizione della psichiatria moderna e “democratica”, come un diffuso pregiudizio continua a sostenere.

LA COMMISSIONE DEL SENATO - A risollevare la questione è il testo presentato dalla Commissione sanitaria d’inchiesta del Senato, guidata da Ignazio Marino, che lamenta di aver riscontrato 91 strutture pubbliche dove si pratica l’elettroshock, di cui ben 14 in Sicilia, sottolineando che in alcune questo tipo di terapia viene impiegata come “prima scelta”: «Vale a dire ancora prima dei più comuni farmaci antidepressivi», ha commentato Marino. Aggiungendo di aver raccomandato di tenere l’Etc come ultima opzione terapeutica.

TERAPIA SALVAVITA - Ignazio Marino, che è pure lui medico in un ambito delicato come i trapianti, non demonizza dunque l’elettroshock come erroneamente hanno riportato diversi giornali. Ne limita l’impiego. Sul tema sentiamo la responsabile del Centro per i disturbi dell’umore appunto del San Raffaele, dottoressa Cristina Colombo: «E’ un salvavita», esordisce. «Si usa per la depressione resistente, quella che non risponde ad alcun antidepressivo. Ogni anno gli psichiatri ci mandano – vado a spanne – un centinaio di pazienti con la prescrizione dell’Etc, ma noi prima rivediamo tutta la sua storia farmacologica e spesso troviamo un “buco”, una sostanza mai provata e tentiamo con quella. Alla fine, in un anno l’Etc lo faremo a una ventina di depressi».

Solo in caso di depressione resistente, e mai come prima scelta? «Prima sì, nel caso di alcune patologie mediche o particolari allergie che vietano il ricorso agli psicofarmaci».

Assolutamente indolore in quanto oggi avviene con un’anestesia generale di 1-2 minuti, racconta Cristina Colombo, «chi l’ha già fatto con successo,  poi in caso di ricadute chiede l’elettroshock, lo pretende, perché ha visto che è un mezzo veloce di uscire dal male. Un male che uccide: o col suicidio o col lasciarsi andare di chi è depresso, non mangiare più, non curarsi. Perciò parlavo di salvavita».

SOLO CENTRI DI ECCELLENZA - In Svezia, in effetti, l’Etc è previsto dalle linee guida come prima scelta terapeutica davanti a pazienti ad un altissimo rischio di suicidio. Lo dice Giuseppe Fazzari, direttore dell’Unità operativa di psichiatria n. 23 agli Spedali Civili di Brescia, qui citato quale vice-presidente  dell’Associazione italiana per la terapia elettroconvulsivante (Aitec). «Veramente a noi risultano ben meno di 91 centri in Italia, e nessuno in Sicilia», esordisce, allarmato, il professor Fazzari. «Adesso indagheremo. Del resto, siamo d’accordo con Ignazio Marino nel pretendere che venga ottimizzata la pratica di questa terapia. Non ci si può improvvisare. E va fatto con le macchine di ultima generazione che usano una corrente di 8-10 volte inferiore a quella dei centri non specializzati. Di strutture d’eccellenza per l’Etc (o Tec, all’italiana) dovrebbe essercene una ogni 500mila abitanti, come nel resto d’Europa.

Qualche numero: ci sono 27 centri in Scozia su oltre 5 milioni di abitanti, 183 in Germania che ha una popolazione di quasi 82 milioni, 61 in Svezia che non arriva a 10 milioni, 35 in Danimarca con 5,5 milioni. Sotto quest’aspetto l’Italia è una Cenerentola….».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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