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Neuroscienze

Una proteina spia del rischio di un secondo ictus

pubblicato il 26-04-2016
aggiornato il 27-02-2017

Per chi ha avuto un ictus ischemico il pericolo maggiore è averne un altro. Una ricerca americana punta sul ruolo della proteina C-reattiva per rilevare le situazioni rischiose

Una proteina spia del rischio di un secondo ictus

Il più alto fattore di rischio per un ictus è di averne già avuto uno. Visto che ci sono state ragioni per scatenare il primo attacco, le stesse restano per ripetere l’evento. Il rischio si riduce mano a mano che ci si allontana nel tempo e dopo 5 anni il rischio è pari a quello di chi non ha mai avuto un primo ictus. Questa presentazione di base è di Francesca Romana Pezzella, dirigente medico nella Stroke Unit dell’Ospedale san Camillo Forlanini di Roma, nel commentare una ricerca sul tema fatta dall’Università della Virginia. Osservano, infatti, gli studiosi americani: «Il maggior rischio di morte per chi ha subito un ictus è di averne un altro». Da tutte queste affermazioni discende che sarebbe fondamentale individuare segni che predicono la possibilità del ripetersi dell’evento cerebrale. Si parla qui dell’ictus ischemico, per occlusione dei vasi sanguigni (85 per cento dei casi), e non dell’ictus per emorragia cerebrale.

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UNA PROTEINA SOTTO ESAME

I ricercatori della Virginia hanno messo sotto indagine un enzima che si trova nel sangue, la proteina C-reattiva (Crp), prodotta dal fegato in risposta a un’infiammazione, e che già si usa per misurare il rischio in una persona di sviluppare un disturbo delle arterie coronarie se il suo livello è alto. Nel caso, poi, dell’ictus ischemico hanno cercato di individuare l’influenza del profilo genetico di una persona nello stimolare l’innalzamento dei livelli della proteina C-reattiva. Questi due elementi potrebbero configurarsi - tramite un esame del sangue - come biomarcatori, cioè indicatori biologici del rischio di un secondo ictus ischemico.

 

UN “PROFILO” DAL SANGUE

«Sarebbe un’arma semplice e non costosa nelle mani dei curanti di chi ha avuto un’ischemia cerebrale», concludono gli studiosi dell’Università della Virginia, pur avvertendo che questo studio su Crp e profilo genetico va proseguito. Approfondito. «In effetti sono anni che si studia la proteina C-reattiva come predittore di un ictus e altri fattori sono parimenti sotto esame», nota la dottoressa Pezzella. «La Crp è un indizio promettente, ma non ancora in uso. Si tratta di un indice infiammatorio». In questo ambito, di quale infiammazione si tratta? «A livello delle pareti interne dei vasi arteriosi, e questo potrebbe avere un significato». E per profilo genetico utile in questi studi che cosa si intende? «Non certo il dispiegamento di tutto il genoma. Con un prelievo di sangue si ottiene il profilo di un certo numero di geni, che interessano. Lo si fa una volta nella vita. Tanto non cambia».

 

I SEGNALI PER PREVENIRE

Continua la dottoressa Pezzella: «Esistono dei profili genetici che indicano un maggior rischio di ictus e questo permette di definire strategie di prevenzione adeguate. Se a risultare a livelli elevati è, per esempio, l’omocisteina, che è un fattore di rischio, si può seguire una terapia di folina da cinque milligrammi: è acido folico e non è un farmaco, ma un integratore, capace di abbassare l’omocisteina». Conclude la neurologa Pezzella: «In generale, quanti più indicatori abbiamo di rischio non solo per un secondo ictus, ma anche per il primo, più possiamo fare interventi preventivi per sventare il pericolo. Riguardo al primo ictus, quanti hanno familiarità per questo evento dovrebbero sottoporsi a uno screening mirato».

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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