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Oncologia
Caterina Fazion

Disfunzione erettile dopo il tumore: i rimedi possibili

pubblicato il 03-03-2022

Diagnosi e chirurgia più precise, farmaci e, se servono, protesi peniene (che gli andrologi chiedono inserite nei LEA). Così si limita la disfunzione erettile dopo un tumore della prostata

Disfunzione erettile dopo il tumore: i rimedi possibili

Il tumore della prostata colpisce circa 30.000 italiani ogni anno e per molti una delle conseguenze dei trattamenti più temute è la disfunzione erettile. Di recente, la Società italiana di Andrologia ha lanciato un appello perché anche le protesi del pene siano inserite nei LEA e siano rimborsabili per i pazienti oncologici che ne hanno bisogno. Ma sono sempre meno necessarie, a fronte di tante soluzioni possibili.

 

LA DISFUNZIONE ERETTILE

La disfunzione erettile, insieme all’incontinenza, hanno rappresentato a lungo i rischi più frequenti connessi al trattamento del tumore della prostata, il più diffuso nella popolazione maschile, che rappresenta il 18,5% di tutte le neoplasie diagnosticate negli uomini a partire dai 50 anni di età. Negli ultimi anni, tuttavia, è stato possibile ridurre al minimo queste problematiche grazie a una diagnosi più precisa – attraverso visite urologiche, dosaggio dell’Antigene Prostatico Specifico (PSA) e risonanza magnetica prostatica multiparametrica, che permette di evitare invasive biopsie – e al miglioramento delle tecniche chirurgiche.

 

LA CHIRURGIA ROBOTICA

«La chirurgia robotica permette di rimuovere la prostata utilizzando strumenti introdotti nel corpo per via laparoscopica e guidati da un’apposita telecamera» spiega il professor Luca Carmignani, responsabile dell'unità operativa di Urologia dell'IRCCS Policlinico San Donato di Milano e membro del Comitato Scientifico di Fondazione Umberto Veronesi. «In questo modo è possibile eseguire movimenti più accurati e amplificare la visione. Obiettivo fondamentale, laddove possibile, è quello di conservare i nervi necessari all’erezione e alla continenza: questa metodica prende il nome di “trattamento nerve-sparing».

 

I FARMACI

«Per i pazienti che ne necessitano – prosegue Carmignani –, l’utilizzo di farmaci vasodilatatori per la disfunzione erettile, derivanti dal sildenafil (viagra), ha permesso di risolvere farmacologicamente la stragrande maggioranza dei casi di deficit erettile. Tuttavia, per la quota di uomini che non risponde alla terapia per bocca, sono indicate le iniezioni peniene di prostaglandine, somministrate al bisogno, in concomitanza del rapporto sessuale. Questa soluzione risulta un po' più invasiva, soprattutto psicologicamente, ma è comunque ben tollerata dai pazienti».

 

LE PROTESI PER IL PENE

Ulteriore possibilità, che solitamente si usa in caso di fallimento delle terapie farmacologiche, è rappresentata dall’impianto, mediante intervento chirurgico, di protesi fisse. Questa soluzione potrebbe portare, oltre a problemi meccanici di funzionamento e artificiosità del rapporto sessuale, anche a rigetto. «Le protesi più utilizzate – illustra il professor Carmignani – sono quelle semi-rigide che lasciano il membro sempre più o meno in erezione. Per questo motivo, dal punto di vista sociale, sono più difficili da accettare. Altre, invece, presentano una pompetta all'interno e permettono di avere un’erezione a comando».

 

PROTESI PENIENE ESCLUSE DAI LEA

Alcuni mesi fa gli esperti della Società Italiana di Andrologia (Sia) hanno lanciato un appello alle istituzioni affinché l'intervento di protesi peniena venga inserito quanto prima nei LEA, i livelli essenziali di assistenza – ovvero le prestazioni che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a fornire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket). Pochi i centri pubblici che le impiantano, con lunghe liste d'attesa tanto che - ha dichiarato Sia - su 3.000 richieste le protesi erogate sono 400 l'anno. «I miglioramenti della chirurgia e del trattamento farmacologico – riflette Carmignani – rendono sempre meno necessario l'impianto delle protesi. Tuttavia, laddove richiesto, dopo un adeguato counselling in presenza non solo di un urologo, ma anche di uno psicologo, è giusto fornirle. Andrebbero inserite nei LEA, esattamente come le protesi mammarie impiantate a seguito di mastectomia per un tumore: ci troviamo, infatti, di fronte a un problema estetico, sociale e anche funzionale».

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Caterina Fazion

Giornalista pubblicista, laureata in Biologia con specializzazione in Nutrizione Umana. Ha frequentato il Master in Comunicazione della Scienza alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste e il Master in Giornalismo al Corriere della Sera. Scrive di medicina e salute, specialmente in ambito materno-infantile


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