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Oncologia

Ecco perché lo sport fa bene ai giovani malati di tumore

pubblicato il 27-02-2015
aggiornato il 05-07-2017

Diverse ricerche ne evidenziano i benefici, per il corpo e per la mente. Ma in Italia c’è una sola struttura che ha una palestra ricreativa dedicata ai piccoli pazienti

Ecco perché lo sport fa bene ai giovani malati di tumore

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La prima domanda è la stessa che rivolgono tutti i malati. «Dottore, come guarirò?». La seconda deriva dalla loro carta d’identità. «Posso continuare a fare sport?». Affrontare un tumore in età infantile o adolescenziale può comportare la rinuncia a un’attività su cui si riponevano ambizioni, prima di incappare nella diagnosi.

Quando lo sport diventa terapia

 

I BENEFICI DELLO SPORT

Sport e malattia, però, non sono affatto inconciliabili. Negli ultimi mesi diversi ricercatori si sono interrogati sull’opportunità di far mantenere uno stile attivo ai giovani colpiti da tumore. Nessuno più di loro, infatti, reclama questa opportunità. Oggi l’80% delle neoplasie tipiche dell’età pediatrica risulta curato con successo e sono sempre di più i bambini che, terminate le cure, desiderano riprendere la pratica anche a livello agonistico. «Fare sport quando la malattia è ancora in corso dà una motivazione in più per vincere la battaglia», spiega Filippo Spreafico, medico nel reparto di pediatria oncologica dell’Istituto Tumori di Milano, l’unico in Italia che dal 2013 ha una palestra ricreativa (aperta con il contributo dell’Associazione Bianca Garavaglia) al cui interno si allenano circa cento giovani pazienti (non soltanto ricoverati) all’anno. Sembra, la sua, la parafrasi di un passaggio del libro scritto dal pallavolista Jack Sintini, colpito da un linfoma e tornato ad alti livelli in un anno. «Lo sport mi ha insegnato a scovare le debolezze dell’avversario. Se avessi guardato soltanto i punti di forza, mi sarei ritirato subito».

Venti ragazzi raccontano il tumore in musica

 

NON SOLTANTO TERAPIE

Allenarsi aiuta a sconfiggere il “nemico”. Non essendoci linee guida per la pratica sportiva dei giovani pazienti, personalizzare rimane la parola dell’ordine: nella scelta della terapia come della pratica sportiva. L’input deve partire dal ragazzo: se vuole fare attività fisica, deve averne la possibilità. Toccherà poi all’oncologo, con la collaborazione di uno psicologo e di un preparatore atletico, individuare la disciplina o le modalità di allenamento più adatte al singolo. «Quando è possibile, si può anche far proseguire lo sport che si praticava prima di incontrare la malattia», afferma Maurizio Mascarin, responsabile della sezione di radioterapia pediatrica e coordinatore dell’area giovani del Centro di Riferimento Oncologico di Aviano. Nessuna forzatura, se un ragazzo che non si sente pronto per tornare in palestra. Le alternative non mancano: si possono condividere l’ascolto della musica, i giochi di società, la visione di un film o la lettura di un libro.

Dove i bambini con tumore possono guarire giocando

 

LA LUCE IN FONDO AL TUNNEL

Basta fare una ricerca in letteratura per rendersi conto si stia irrobustendo la pattuglia di oncologi e pediatri convinti che un’ora tra cyclette e tapis roulant, un paio di volte alla settimana, aiuti a rompere una routine strutturata: tra prelievi, visite e terapie. «I ragazzi sentono che il corpo funziona ancora. E muovendosi rimangono in forma: mantenendo un peso ideale curano anche l’aspetto estetico», prosegue Spreafico. Vantaggi per la mente e per il corpo, se da uno studio pubblicato tre mesi fa sull’European Journal of Pediatrics è emersa l’utilità della pratica sportiva al fine di prevenire deficit motori - forza nell’impugnatura, resistenza nelle gambe, equilibrio, coordinazione oculo-manuale e velocità - in un gruppo di 74 bambini e adolescenti affetti da leucemie e osteosarcoma. «Molti di loro fanno fatica a tenere lo zaino spalla, una volta superata la malattia. Lo sport li aiuta nel reinserimento sociale. E se una volta guariti e ottenuto l’ok del medico vogliono riprendere la pratica a livello agonistico, facciamo in modo che possano tornare a volare». 

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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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