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Oncologia

Il drago che combatte i tumori

pubblicato il 12-05-2014
aggiornato il 01-02-2017

Scoperto da ricercatori italiani un gene, chiamato suggestivamente drago, in grado di proteggere il nostro genoma dalle insidie del cancro

Il drago che combatte i tumori

È un ‘drago’ il più recente gene scoperto da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano. Secondo i risultati dello studio, pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Journal  of National Cancer Institute, sembrerebbe in grado di proteggere il genoma, e dunque l’organismo, dall’insorgenza dei tumori.

 

 

IL GENE

Insieme alla proteina p53 (che ha un ruolo centrale in una vasta rete di proteine che consentono lo stato di "buona salute" di una cellula e del suo DNA, vale a dire che interviene in caso di un danno della cellula), il gene Drago, in un’azione sinergica, aiuterebbe a contrastare la trasformazione della cellula sana in tumorale. «Abbiamo condotto uno studio su animali – spiega il dottor Massimo Broggini, responsabile del laboratorio di farmacologia dell’istituto milanese – la cui struttura genomica è simile a quella dell’uomo, e abbiamo osservato che se gli animali venivano privati sia di drago che di p53, si aveva uno sviluppo molto più rapido dei tumori rispetto agli animali in cui era assente la sola proteina p53».

 

SULL’UOMO

A fare la differenza sarebbe dunque la presenza del ‘drago’ nel nostro genoma. Ma c’è di più perché «gli studi preliminari – precisa ancora il farmacologo – confermerebbero che la diminuzione di questo gene influisce anche sull’aggressività del tumore, validandone l’azione di onco-soppressore». Una scoperta che potrebbe avere benefici a lungo tempo anche sull’uomo, «anche se la strada - commenta Broggini è ancora lunga».

 

IL FUTURO

Ora la ricerca punta a identificare strategie che possano ripristinare il gene drago in quei tumori nei quali la sua azione è venuta meno con l’obiettivo di ridurne l’aggressività e possibilmente l’incidenza in un prossimo futuro. Questione, auspicano i ricercatori, di qualche anno.


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