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Oncologia

Sangue: ogni donazione salva tre persone

pubblicato il 14-06-2013

Per questo l’Oms celebra la giornata mondiale. Da una sacca si ricavano globuli rossi, plasma e piastrine per altrettanti pazienti. Italiani autosufficienti grazie a 1,7 milioni di donatori e alla compensazione fra Regioni, ma servono nuove leve

Sangue: ogni donazione salva tre persone

Per questo l’Oms celebra la giornata mondiale. Da una sacca si ricavano globuli rossi, plasma e piastrine per altrettanti pazienti. Italiani autosufficienti grazie a 1,7 milioni di donatori e alla compensazione fra Regioni, ma servono nuove leve

Il sangue che scorre nelle vene di ciascuno di noi è una risorsa vitale anche per gli altri, che permette di salvare vite umane e aiutare la gente a vivere di più e meglio. Purché sicuro e gratuito. Lo ricorda l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che celebra il tema della donazione con una giornata nazionale il 14 giugno e punta il dito verso l’obiettivo da centrare: coprire il fabbisogno di sangue ed emoderivati esclusivamente con donazioni non retribuite e volontarie.

IN ITALIA -  I donatori di sangue sono 1.700.000, distribuiti in maniera non uniforme sul territorio. Infatti l’Italia raggiunge l’autosufficienza per i cosiddetti composti labili del sangue (globuli rossi, globuli bianchi, piastrine) e di derivati del plasma dal 2003, grazie a un passaggio di unità donate da Regioni più fornite ad altre deficitarie. Nel 2012 sono state prodotte 2.681.761 unità e ne sono state consumate 2.668.162. Questi numeri sono il frutto di una attenta pianificazione, che spiega anche perché, in tema di sangue, gratis è meglio. Come ricorda il Centro nazionale sangue, «l’autosufficienza è garantita solo dalla donazione volontaria, periodica, responsabile e non remunerata. Un sistema autosufficiente può garantire a tutti i cittadini le cure appropriate e uguali condizioni di qualità e sicurezza della terapia trasfusionale».
Il punto è proprio questo: non c’è un’emergenza-sangue nel nostro paese, ma c’è un estremo bisogno di alimentare il bacino di donatori abituali, che per il fattore età necessita di un ricambio generazionale. Ne parliamo con Fernando Ravagnani,  direttore della struttura di Immunoematologia e Medicina Trasfusionale di uno dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. Due anni fa l’istituto era, insieme al Policlinico, uno dei due grossi ospedali milanesi che potevano dirsi autosufficienti in tema di trasfusioni. «E’ ancora così – risponde – soprattutto grazie alla presenza di un’associazione ospedaliera, l’Adsint, che da 50 anni arruola donatori, li contatta e gestisce le donazioni anche in risposta al fabbisogno».

LA SICUREZZA - Il viaggio di una sacca di sangue comincia da qui, «da un donatore». E’ poi necessario verificarne la sicurezza, «soprattutto con test virologici» specifica Ravagnani. «Poi, il sangue viene frazionato nei suoi componenti principali, il plasma, i globuli rossi, i globuli bianchi e le piastrine. Una singola donazione, quindi, può servire per un paziente con problemi di coagulazione (plasma), un altro con grave anemia (globuli rossi) e un altro ancora reduce da trapianto di midollo, da chemioterapia oppure a rischio di sanguinamento (piastrine)».

TERAPIE ONCOLOGICHE - Nel caso di pazienti oncologici, spiega ancora Fernando Ravagnani, la necessità di trasfusioni deriva in primo luogo dalle procedure mediche, come i trapianti di midollo e la chemioterapia ad alte dosi. «Nei bambini, ad esempio, ci sono schemi di trattamento che comportano un importante abbassamento di globuli rossi e piastrine. Anche per alcuni tumori rari, come il medulloblastoma, per i quali l’Istituto è centro di riferimento, il protocollo di trattamento prevede il trapianto di cellule staminali autologhe (dello stesso paziente, nrd), preceduto da una fase detta "di condizionamento", ovvero una terapia che provoca una tossicità midollare che deve essere compensata».

SEMPRE MENO TRASFUSIONI IN CHIRURGIA - Le richieste arrivano ovviamente anche dalle sale operatorie, anche se molto si è fatto per diminuire la perdita di sangue e la necessità di trasfusioni, anche negli interventi più complessi, come i trapianti. «In istituto – racconta Ravagnani - si fanno trapianti di fegato da 20 anni. Siamo passati da un fabbisogno elevatissimo, con casi limite come un paziente che ha ricevuto 150 trasfusioni durante l’intervento, a organi trapiantati a volte senza neanche una trasfusione. Le tecniche si sono affinate in tutte specialità chirurgiche. Un tempo tutti gli interventi alla prostata comportavano trasfusioni, oggi sono pochissimi, e non solo con tecniche robotiche, ma anche nella chirurgia tradizionale».

Donatella Barus


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