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Oncologia

Gene editing e bioetica: «Regole globali per tutelare ricerca e diritti»

pubblicato il 04-10-2020

Intervista a Telmo Pievani, membro del comitato etico di Fondazione Umberto Veronesi. «Regole certe e sanzioni per evitare qualsiasi abuso»

Gene editing e bioetica: «Regole globali per tutelare ricerca e diritti»

Gene editing, CRISPR-Cas9, «taglia e incolla» molecolare. Per capire meglio questi concetti, abbiamo chiesto aiuto a Telmo Pievani, filosofo, evoluzionista, professore di filosofia delle scienze biologiche all’università di Padova e membro del comitato etico di Fondazione Umberto Veronesi. Per capire insieme i nuovi problemi che l’editing del genoma pone sul piano - ripidissimo - dell’etica e della democrazia. Pievani interverrà alla conferenza «Science for Peace and Health» in apertura della quinta giornata, il 13 novembre.

 

Come spiegare cos’è il gene editing? Complicato?

«Tutt’altro. L’ultima frontiera delle biotecnologie si fonda sul principio della “correzione di bozze”, un esercizio ben noto a qualunque studente che con strumenti editoriali semplici, per esempio, può tagliare, copiare, incollare parole e frasi per correggere un testo. La CRISPR-Cas9 è una novità recente (data di nascita: 2013, si veda la spiegazione di Carlo Alberto Redi, ndr), grazie alla quale oggi riusciamo a editare il Dna di piante e animali. Come? Attraverso delle forbici molecolari, vale a dire un enzima che riconosce la sequenza da modificare e, una volta introdotto nel Dna, rimuove il gene difettoso e lo sostituisce con un altro.

Quali sono i vantaggi di queste nuove tecnologie?

«Almeno tre, che conferiscono a CRISPR potenzialità straordinarie. È una tecnica molto precisa (più del Dna ricombinante, poiché il gene di ricambio va direttamente al posto suo). È economica, avendo fra l’altro portato ad abbattere i costi tecnologici di dieci volte almeno. È semplice, possono usarla in tanti, in qualunque laboratorio minimamente attrezzato. E proprio questo è il punto critico».

Abbiamo per le mani uno strumento che rende facili operazioni dalle implicazioni assai complesse, che investiranno salute, ecologia, economia e società in modalità che - di fatto - oggi non siamo ancora in grado di prevedere.

«Esattamente. Già i padri, o meglio le madri della tecnica CRISPR-Cas9 hanno invitato il mondo della ricerca alla cautela. A partire dalla stessa Jennifer Doudna, la ricercatrice dell’Università di Berkeley che insieme a Emmanuelle Charpentier identificò CRISPR-Cas9 come uno strumento efficace di editing genetico: con la capacità di modificare facilmente il genoma di qualsiasi essere vivente, esseri umani compresi, la discussione etica deve necessariamente tenere il passo dell’avanzamento tecnologico. Siamo di fronte ad uno di quei rari casi in cui il dibattito etico è forse nato prima di quello scientifico».

Quali sono le preoccupazioni più grandi?

«Possiamo modificare gli embrioni, anche umani, e rendere ereditabili questi cambiamenti; possiamo alterare batteri o virus, per esempio per aumentarne l’aggressività. Per contro, apriamo innumerevoli applicazioni positive per gli esseri umani e per l’ambiente. Qualche esempio? Le biotecnologie vegetali, per produrre piante più resistenti, meno assetate e meno sensibili ai cambiamenti climatici; o per generare combustibili verdi da batteri o alghe, senza produrre emissioni di anidride carbonica e senza consumare suolo prezioso. In medicina l’editing genomico ci porta modelli animali più precisi per le sperimentazioni.  I vaccini: possiamo prendere un virus, depotenziarlo e “rieducarlo” affinché diventi un vaccino, per esempio contro la Covid-19. Oppure le cure oncologiche, grazie a tecnologie come le Car-T o la stessa CRISPR-Cas9 oggi ci sono risposte per malattie fino a ieri senza speranza. Riassumendo: l’editing genomico apre una rivoluzione vera. Ha tanti usi straordinariamente positivi, ma ha risvolti negativi di cui bisogna parlare».

Parliamone. Come si possono tenere le redini di una tale rivoluzione su scala globale? Chi può e deve guidare i processi di governance delle biotecnologie emergenti?

«Abbiamo bisogno di agire su due livelli. Dal basso, innanzitutto, lavorando su informazione, didattica e divulgazione per rendere l’opinione pubblica più consapevole. E dall’alto, lavorando su regole condivise. Attualmente esistono Paesi che corrono da soli, con molti meno vincoli normativi ed etici di altri. Basti pensare alla vicenda del ricercatore cinese che sostiene di essere intervenuto sul Dna embrionale, portando alla nascita di due neonate resistenti all’HIV. Un’azione ammantata di dubbi, comunque censurata dalla comunità scientifica internazionale, che ha alimentato preoccupazioni e diffidenza nell’opinione pubblica. Ciò che serve, invece, sono organismi internazionali che coordinino e analizzino, che propongano le regole e le sanzioni per farle rispettare».

Un gigantesco esercizio di democrazia e di cooperazione. Come identificare la linea rossa da non varcare? A cosa dire no e a cosa dire sì?

«Qui sta il grande compito del confronto bioetico: arrivare ad elaborare linee guida che non frenino la ricerca, ma regolamentino e prevengano azioni pericolose e nocive per i diritti umani e per la salute dell’ambiente».

 

 

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il Magazine della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (BUR Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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