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Oncologia
Fabio Di Todaro
pubblicato il 24-11-2014

Tumore del colon, negli Stati Uniti è «boom» negli under 50



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Nella popolazione di colore si evidenzia una più alta incidenza della malattia. «Sospetti» anche sulla dieta e sullo stile di vita. Ecco i segnali a cui prestare attenzione

Tumore del colon, negli Stati Uniti è «boom» negli under 50

Lo screening è quanto mai efficace. Ma se l’incidenza del tumore del colon nel mondo è complessivamente in calo e ha finora riguardato gli over 50, alcuni dati provenienti dagli Stati Uniti suggeriscono di tenere d’occhio anche i più giovani.

PERCHE' LO SCREENING PER IL TUMORE
DEL COLON-RETTO PUO' SALVARE LA VITA?

   

TREND IN CRESCITA

A lanciare l’allarme è un gruppo di ricercatori dell’Anderson Cancer Center di Houston. La stima è soltanto l’ultimo snodo di una ricerca pubblicata sulle colonne di Jama Surgery, che ha scandagliato le diagnosi di tumore del colon-retto realizzate tra il 1975 e il 2010. Dallo studio retrospettivo, condotto analizzando i dati tratti dal registro del National Cancer Institute, è emerso che le neoplasie scoperte negli Stati Uniti sono state 393.241, in 35 anni. Se i tassi di incidenza della malattia sono risultati in calo per gli adulti, chiamati ogni due anni a effettuare gli esami di screening, opposto s’è rivelato il trend negli under 50. Da qui le stime che hanno portato Christina Bailey, ricercatrice del dipartimento di oncologica chirurgica dell’Anderson Cancer Center, a ipotizzare un aumento dell’incidenza del tumore del colon-retto «tra il 2020 e il 2030 compreso tra il 38 e il 90 per cento, a seconda che i pazienti abbiano 20 o 34 anni». Ancora più elevati rischiano di essere gli aumenti, nella stessa fascia di età, se si parla soltanto dei tumori del retto: da +49,7 a +124,2 per cento.


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SINTOMI E FATTORI DI RISCHIO 

Lo studio fornisce un’istantanea della malattia e avanza un’ipotesi sulla base di un modello predittivo, ma non fornisce alcuna spiegazione sulle possibili cause che negli Stati Uniti hanno trasformato un tumore diffuso in età adulta in un’insidia anche per i più giovani. Non sottoponendosi ad alcun controllo specifico - l’esame del sangue occulto nelle feci e la rettosigmoidoscopia sono consigliati a cadenza biennale a partire dai cinquant’anni, ma l’adesione agli screening rimane a macchia di leopardo anche in Italia -, gli under 50 potrebbero non accorgersi di una neoplasia nelle fasi iniziali spesso asintomatiche. Quali sono i segni a cui fare attenzione? «La presenza di sangue nelle feci e l’improvvisa irregolarità nell’evacuazione devono consigliare di rivolgersi subito al medico di base - afferma Carmine Pinto, direttore dell’unità di oncologia medica dell’azienda ospedaliero-universitaria di Parma -. Se si esclude la presenza di una malattia emorroidaria, è il caso di approfondire gli esami: con la visita da un proctologo ed, eventualmente, una pancolonscopia. Ci sono poi alcune condizioni patologiche, come la rettocolite ulcerosa e la poliposi familiare, considerate predisponenti alla malattia, che suggeriscono un controllo costante e approfondito». 

 

LA SITUAZIONE ITALIANA 

Il tumore del colon-retto rimane il più diffuso in Italia: 52mila le diagnosi stimate per il 2014, con un gradiente di incidenza che va da Nord a Sud. Fino ai 49 anni la neoplasia è la quarta più frequente negli uomini (dietro ai tumori dei testicoli, ai melanomi e ai linfomi di Hodgkin) e nelle donne (dopo il tumore al seno, alla tiroide e i melanomi). Nulla, però, che permetta di accostare i dati nazionali a quelli raccolti negli Stati Uniti. «Nemmeno gli autori dello studio forniscono una spiegazione a questa evidenza - chiosa Pinto -. Da tempo è nota una incidenza più alta della neoplasia nella popolazione di colore. Una dieta ricca in grassi e uno stile di vita sedentario, frequenti oltreoceano, di certo non aiutano. Ma in Italia, fortunatamente, soltanto il trenta per cento delle diagnosi riguardano gli under 50 e lo screening, successivamente, assicura un impatto notevole in termini di prevenzione».

 
Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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