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Pediatria

Gli scolari sicuri di sé non rischiano di diventar depressi

pubblicato il 13-03-2014
aggiornato il 01-02-2017

Un’indagine su 600 bambini della seconda e terza elementare in Lombardia e Piemonte rivela i fattori di rischio, ma anche quelli di protezione sia a scuola che a casa

Gli scolari sicuri di sé non rischiano di diventar depressi

Se un bimbo è convinto di sapersela cavare sarà più sereno e più lontano dal rischio depressione (che colpisce anche in età infantile). Un bambino piccolo quanto? «Finora gli studi partivano dalla terza elementare in su, noi abbiamo indagato su un’età più precoce, coinvolgendo anche gli scolari di seconda elementare. In tutto abbiamo esaminato 600 bambini delle due classi». La dottoressa Patrizia Steca, docente di Psicologia generale, ha coordinato lo studio condotto da ricercatori del suo Dipartimento all’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con alcune università statunitensi, che è stato poi pubblicato sul Journal of Abnormal Child Psychology.

Dall’impiego di questionari adattati all’età dei ragazzini sono emersi non solo i fattori di rischio, ma anche i fattori di protezione. E’ questa un’originalità dello studio, commenta ancora la dottoressa Steca: «I bambini convinti di saper gestire bene le attività scolastiche e le relazioni con i compagni di classe sono risultati più tutelati rispetto all’insidia depressione».

Due, dunque, gli indicatori positivi. E i negativi?

«Fondamentalmente ancora due: il catastrofismo e la colpevolizzazione».

Qualche esempio per capire meglio in bimbi così piccoli?

«Catastrofismo: per esempio, se un compagno gli dice una brutta cosa, pensa che tutti i compagni siano contro di lui. O se ha fatto una tal cosa alla mamma, crede che lei non lo amerà mai più. Quanto alla colpevolizzazione è più facile da capire: se il bimbo si sente spesso il responsabile di fatti non belli accaduti, anche se era un fatto di gruppo. Attenzione, però, queste due caratteristiche (stili cognitivi) devono risultare una tendenza in un bimbo, non venir fuori una tantum. Accanto alla continuità nell’interpretare così negativamente gli eventi compaiono elevati livelli di stress, che possono portare a maggiori livelli di depressione. Questo non si registra nei coetanei che si sentono capaci,

sia rispetto a quanto richiesto dalla scuola sia rispetto all’armonia con i compagni».

Da questa ricerca escono indicazioni per gli insegnanti e/o i genitori?

«Sì, gli insegnanti possono indagare meglio sul modo in cui i loro scolaretti interpretano la realtà, i fatti accaduti, le capacità che pensano di avere.  Ma per questo non basta l’osservazione: devono chiedere direttamente, farli parlare. Da qui potranno partire con un’azione concreta, in classe, per rafforzare l’autostima dei bambini più deboli o scoraggiati».

Aggiunge Patrizia Steca: «I nostri risultati sottolineano la centralità della scuola – e la sua capacità di offrire fattori di protezione per il benessere dell’umore – in quanto è il primo contesto in cui i piccoli vengono messi alla prova. Anche sul piano sociale».

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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