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Pediatria

Prematuri: cautele sul latte materno quando c’è il rischio di infezioni

pubblicato il 03-10-2014
aggiornato il 06-02-2017

L’allattamento al seno può favorire la trasmissione del citomegalovirus. Alcuni esperti propongono lo screening sulle mamme dei nati pretermine e la pastorizzazione del latte

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Nessun ribaltone, anzi: il latte materno è l’unico sostentamento di cui il neonato ha bisogno nei primi sei mesi di vita. Ribadirlo è sempre necessario, a maggior ragione nel corso della Settimana Mondiale dell’allattamento al seno che si celebra fino al 7 ottobre. Ma c’è un caso, portato alla luce da un pool di medici e ricercatori statunitensi, in cui l’alimento potrebbe recare un danno al neonato. Si tratta della sua somministrazione ai prematuri, che in Italia equivalgono a poco più del 7% dei bambini nati ogni anno: per una cifra di poco superiore alle quarantamila unità.

 

CITOMEGALOVIRUS

La scoperta è stata fatta da alcuni neonatologi dell’ospedale pediatrico di Atlanta, al termine di uno studio prospettico durato tre anni e mezzo, i cui risultati sono stati pubblicati su Jama Pediatrics. Dalla ricerca, condotta su 462 mamme e 539 bambini nati con un peso inferiore a 1,5 chilogrammi (entro la trentaduesima settimana di gravidanza), è infatti emerso che il 77% delle genitrici risultava infetta dal citomegalovirus e il 7% dei bimbi partoriti (29) ha contratto l’infezione nei primi tre mesi di vita: per cinque di essi rivelatasi fatale. Dal momento che nessuno di questi neonati aveva subito trasfusioni di sangue - ritenuto l’altro principale “canale” di infezione -, la conclusione è risultata pressoché scontata: era stato il consumo di latte materno a favorire il passaggio del virus dalla mamma al neonato.

 

RISCHI DELL’INFEZIONE

La trasmissione del virus dalla mamma al figlio è, in realtà, la più pericolosa. Se in età adulta l’agente patogeno,  per cui non esiste un vaccino, non si manifesta mai con sintomi evidenti, salvo in momenti di depressione del sistema immunitario, l’infezione congenita può in realtà creare gravi complicanze alla salute del bambino. «Le principali colpiscono il sistema nervoso centrale, il fegato, il processo di coagulazione del sangue e lo sviluppo della vista», spiega Patrizio Fiorini, direttore dell’unità di terapia intensiva neonatale dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che fa presente come «l’infezione del feto possa già essere riscontrata nell’utero, ma spesso ciò accade alla nascita o anche negli anni successivi, se la virulenza del patogeno non è eccessiva». Può il citomegalovirus essere la causa del parto pretermine? «Alle volte sì, ma non nella maggior parte dei casi».

 

LA DIETA DEL PREMATURO

Dallo studio è emerso come utilizzando sangue privato dei globuli bianchi e sieronegativo per il citomegalovirus si possa aumentare la sicurezza delle trasfusioni: necessarie per il neonato quando la gravidanza termina con largo anticipo. Quanto al latte materno, invece, diventa difficile prendere precauzioni. I neonatologi di Atlanta hanno dimostrato come il congelamento sia insufficiente a stanare il virus.

Dal momento che la profilassi si riduce a una corretta igiene personale - il virus si trasmette attraverso il contatto con fluidi corporei infetti -, i medici statunitensi hanno lanciato una duplice proposta: lo screening per le mamme di bambini nati prematuri e la pastorizzazione del latte materno - i cui benefici, secondo l’American Academy of Pediatrics, «continuano a essere superiori ai rischi di malattia, perché non sono mai state riscontrate anomalie cerebrali a lungo termine» - raccolto fino alla trentaquattresima settimana di gestazione.

«Il neonato prematuro ha capacità digestive sviluppate: per cui, a meno che non compaiano complicanze respiratorie, non ha problemi a consumare il latte materno, al seno o per via enterale, fin dalla prima ora di vita -  afferma Costantino Romagnoli, direttore dell’unità operativa di neonatologia al Policlinico Gemelli di Roma -. I suoi benefici risultano superiori al resto e contribuiscono a prevenire l’insorgenza di diverse malattie».


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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