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Alcol: un bicchiere? Non è per tutti

In Italia quasi nove milioni di consumatori a rischio. Prevenzione: strategie ad hoc in base all'età

Alcol: un bicchiere? Non è per tutti

È stata pubblicata sul sito del Ministero della Salute la relazione annuale che il Ministro produce ai sensi della Legge 125/2001. La relazione illustra il quadro epidemiologico che descrive il fenomeno correlato al consumo di bevande alcoliche nel nostro Paese aggiornato al 2016, i modelli di trattamento per l’alcoldipendenza e la capacità di assistenza dei Servizi alcologici con le eventuali criticità emerse insieme agli interventi e le iniziative intraprese dal Ministero della Salute nell’anno passato. 


La Relazione di quest’anno prevede, come concordato con la Commissione Salute delle Regioni, la presentazione dei risultati conseguiti dal Progetto Nazionale che esamina nel dettaglio la valutazione e il monitoraggio delle politiche e delle azioni sanitarie e sociali in tema di alcol e problemi alcol correlati. Un documento plurale, formale e sostanziale che i soggetti istituzionali come l’Istat, l’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità, il Centro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, le Regioni e il Ministero preparano nel corso di un anno di lavoro di gruppo che condivide dati e considerazioni sottoponendoli a una valutazione e validazione preliminare anche inter-istituzionale e garantita dalla formalizzazione di sistemi di monitoraggio epidemiologico, azioni centrali e decreti attuativi sulle sorveglianze e del Programma Statistico Nazionale che assicurano qualità e oggettività dei dati e delle considerazioni della relazione che ogni anno Camera e Senato ricevono secondo prassi e norma. A giorni, nel corso dell’Alcohol Prevention Day previsto il 16 maggio a Roma, verranno riaggiornate le stime da parte dell’Istat e dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto Superiore di Sanità che, sulla base dei trend già oggetto di prevalutazione, confermano l’enorme impatto che tutte le bevande alcoliche hanno sugli italiani. Alcuni diranno che non siamo messi peggio di altri, minimizzando. Ma quasi nove milioni di consumatori a rischio restano il nocciolo dell’eventuale contendere in termini di salute pubblica che non può accontentarsi di consolarsi con un «potremmo stare peggio». 


La premessa è indispensabile in tempi di fake-news che sempre più spesso dalle colonne dei quotidiani o delle redazioni giornalistiche del web vengono diramate con una capacità di penetrazione sui social capace di influire sui comportamenti individuali e collettivi contribuendo con un tweet a mortificare l’approccio tecnico-scientifico che gli organismi e le istituzioni di tutela della salute per mandato, vocazione, legittimazione provvedono a identificare, delineare, implementare le azioni di prevenzione basate sull’evidenza scientifica.  

La problematica della «distrazione di massa» dal solco tracciato dalla scienza e dalla ricerca, garanzia di salvaguardia della salute di popolazione oltre che individuale, è emersa con la questione dei vaccini ma è comune a tutte le tematiche in cui esistono forti interessi economici e commerciali, di mercato, che in maniera diretta o indiretta, come evidenziato in numerosi documenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, favoriscono lo sbilanciamento tra tutela e promozione del prodotto e tutela e promozione della salute.

 

Profili «fake» sui social diffondono quotidianamente «scoperte» e risultati di studi scientifici manipolando in maniera strumentale anche le dichiarazioni di cautela espresse dai ricercatori e rivolte, per esempio, a non estrapolare all’uomo i risultati di laboratorio ottenuti su cellule o su animali attraverso l’uso di metodiche, implausibili biologicamente per il nostro organismo e per nulla aderente al bere inteso come assunzione attraverso il canale alimentare. Infusioni intraperitoneali di alcol puro in ratti, somministrazione a colonie cellulari di molecole pure di antiossidanti tradotte, riportate o riferite tout-court, strumentalmente, in titoli di news che utilizzano in maniera confondente più palatabili vino o birra in effetti mai utilizzati. Nascono così i titoli fuorvianti, quasi sempre incoerenti con i risultati e con lo studio scientifico oggetto di «scoop» che trasferiscono, senza fare ricorso ad alcun parere esperto, ciò che si ha interesse (commerciale) a far diffondere. Esistono numerosi siti che pubblicano queste fake-news e non consentono alcuna interazione o possibilità di commento, che agiscono in maniera seriale senza che vi sia la possibilità di verificare chi ci sia dietro la notizia (articoli firmati «la redazione» sono un classico identificativo della qualità e della paternità manipolativa che sfugge all’identificazione delle responsabilità), mentre altri, forse anche più grave in tema di onestà intellettuale, producono affermazioni con pesanti implicazioni di salute pubblica senza averne alcun titolo e soprattutto senza dichiarare eventuali conflitti d’interesse legati a un possibile e quasi certo finanziamento da parte di chi ha l’interesse mercantile che quel prodotto venga presentato con performance di assoluto rispetto e, ovviamente, irrinunciabile. Per le bevande alcoliche è così da sempre e certe «penne» ricevono indicazioni su commissione, a volte dichiarandolo, più spesso no, per esprimere pareri influenti sui giornali, nelle sedi mediatiche televisive e radiofoniche che vanno ad aggiungersi a quelle già rilevanti del marketing, della sponsorizzazione, della pubblicità in cui si investono centinaia di milioni di euro ogni anno per garantire nuovi consumatori, nuove tendenze nel bere, per spostare i consumatori da un prodotto alcolico a un altro. 
 

Per fortuna i consumatori sono un po’ più «sapiens» che in passato e molti sanno che, per quanto lo si possa enfatizzare, l’alcol è un tossico, un cancerogeno, una sostanza che può causare un effetto fatale o non fatale sulla base di una singola cattiva interpretazione del bere di una serata. Consumatori che sanno che moderazione non significa nulla se non declinato in una quantità minima attribuibile a dieci grammi di alcol puro al giorno da non superare (in pratica un singolo bicchiere) e che quel singolo bicchiere potrebbe non essere per tutti come, ad esempio, i minori o gli anziani con patologie in atto e assunzione di farmaci coerenti con la finalità di migliorare la salute che invece l’alcol può solo mettere a rischio proprio perché in combinazione con altre molecole.

 

È questa saggezza, questa volontà di sobrietà e di salutismo, tra i motivi per i quali le donne soprattutto, sempre più attente alla propria salute, scelgono sempre più frequentemente di non bere alcolici - il cinquanta per cento delle donne in Italia è oggi astemia o astinente - e si impegnano nel trasmettere in famiglia e nella società quegli elementi di buon senso che possono garantire una maggiore probabilità che le scelte individuali possano essere informate e consequenziali. E di scelte sagge, sapienti e consapevoli ce n’è bisogno, se dei circa 35 milioni di consumatori di bevande alcoliche più di 8,6 milioni di persone sono consumatori a rischio e tra questi ci sono circa ottocentomila minori, ai quali è vietata la vendita e somministrazione di bevande alcoliche sino ai 18 anni, altrettanti giovani sino ai 24 anni di età e oltre tre milioni di anziani sono da intercettare e recuperare a livelli di rischio individuale di esposizione all’alcol che è causa dei quarantunomila accessi nei Pronto Soccorso prevalentemente per una diagnosi principale di abuso di alcol, episodico, per gli effetti tossici dell'alcol etilico quali quelli attesi da un numero crescente di binge-drinkers, 1,7 milioni di giovani sino ai 24 anni di età di cui ottocentomila minori che bevono più di sei bevande alcoliche in un tempo ristretto con la finalità di ubriacarsi e tra questi la quasi totalità di coloro ai quali le Forze dell’Ordine contesta quarantunomila violazioni del codice della strada per guida in stato d’ebrezza. Oltre 5,6 milioni di persone di entrambi i sessi, in particolare adulti in età produttiva e anziani, eccede su base quotidiana le linee guida per una sana nutrizione e in maniera sempre più crescente fuori pasto. Delle cinquantasettemila dimissioni ospedaliere caratterizzate da almeno una diagnosi attribuibile all’alcol, il 42 per cento presenta tale diagnosi come principale motivo del ricovero.


Nessuna bevanda alcolica fa eccezione e non esistono franchigie: vino, birra o superalcolici, breezer, cocktail o amari, è la quantità di alcol nel sangue che nuoce. Intossicazione, quale sinonimo di avvelenamento, è di per sé fin troppo eloquente come termine per essere interpretabile come da evitare tenendo conto che intossica la quantità di alcol che non viene metabolizzata dal fegato, capace di metabolizzare sei grammi in un’ora. Facile comprendere che ingerito un bicchiere tipo di vino (125 ml), o un boccale di birra (330 ml) o un bicchiere di superalcolico (40 ml) che contiene in media 12 grammi di alcol, metà venga metabolizzato in un ora e l’altra metà nell’ora successiva; aggiungendo un secondo bicchiere, l’alcolemia nel sangue è oltremodo dannosa e rischiosa. Questo per gli adulti, mai al di sotto dei 18-21, età in cui non è maturata la capacità di metabolizzare l’alcol per renderlo espellibile per lo più con le urine (lo stimolo alla diuresi è nota a chi beve). Ogni generazione ha la sua bevanda di riferimento che va indicata esplicitamente, se si vuole far capire direttamente alla persona a cosa occorre rinunciare se si vuole evitare un rischio legato al bere. A un anziano occorre far riferimento prevalentemente al vino, causa di consumo a rischio di problemi alcolcorrelati per oltre il cinquanta per cento degli over 65 di sesso maschile. Diverso invece per i giovani (ma anche molti, forse troppi adulti) per i quali non è fuori luogo stigmatizzare lehappy hours o gli open bar e i cocktail, i breezer, le birre consumate usualmente in maniera cumulativa.

 

L’ampia disponibilità fisica ed economica delle bevande alcoliche, la normalizzazione sociale di attività che legano alcol e cultura, eventi sportivi o musicali rendono sempre più difficile intervenire nelle scuole dove è persino ammessa la formazione sul «bere responsabile» a cura di portatori d’interessi commerciali in pieno conflitto d’interesse e di competenze con chi dovrebbe essere legittimato nel ruolo delicato della prevenzione. Iniziative rivolte ai bambini inerenti il vino; la cultura e la storia, il «bere responsabile» di una bevanda alcolica da non proporre mai, come tutte le bevande alcoliche, prima dei 18 anni per noti divieti di vendita e somministrazione e prima dei 25 anni per i danni e la nota interferenza con un sano sviluppo del cervello è abilitata da rappresentanti delle agenzie educative e istituzionali che travisano mandato e senso di tutela dei minori cedendo il passo al mercato e alle sue emanazioni più ambigue attraverso figure ce non hanno nessuna professionalità legittimata nella prevenzione. Il tutto nel silenzio o in una complicità che neanche gli adulti di riferimento contrastano.

 

Non è raro, a fronte di tale tanta normalizzazione, verificare tra i minori il dilagare, l’estrema diffusione e circolazione di sostanze di qualunque tipo, come la cannabis, spesso causa o conseguenza del bere, sostanze tra le quali l’alcol è veramente quella più semplice (e legale) da reperire e consumare, quella che abbassa la percezione del rischio e fa da droga «ponte» pongono nelle disponibilità dei minori bevande alcoliche ma ci si impegna poco o nulla a garantire il rafforzamento del controllo formale e informale della società, dell’esercizio di vigilanza e di accompagnamento familiare, scolastico e sociale nello sviluppo di abitudini salutari tese a ritardare l’abilitazione al consumo di bevande alcoliche, obiettivo delle strategie globali di prevenzione, e a svalorizzare fenomeni di mercato tesi a promuovere modelli intossicanti del bere «felice» come promettono happy hours o open bar, secondo una strategia tesa a proporre l’intossicazione certa a basso costo. Si sa ma non si dice, si dice ma non si fa, condannando l’autorevolezza degli adulti competenti a dissolversi.

 

Evidentemente pensare a una prevenzione che vada bene per tutti è impossibile e occorre che i singoli target di prevenzione vengano fatti oggetto di sensibilizzazione nel merito delle specifiche bevande alcoliche che caratterizzano modelli culturali ben diversi e comunque dannosi. Investire in salute vuol dire disporre di risorse che da anni mancano con i risultati che tutti possono valutare. Proteggere, tutelare, mirare al migliore livello possibile di salute per le persone è un diritto ma anche un dovere che tanto l’individuo quanto le istituzioni hanno per garantire una società e uno sviluppo sostenibile. I tempi sono maturi per intervenire con politiche più mirate e misure capaci di contrastare il dilagare di un fenomeno che appare essere in molti contesti e per molte ragioni fuori controllo. Il premio è la salute e la sicurezza di tutti e di tutte: esigiamolo.

 



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