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Il riso è un progetto per il Paese

Per l’Associazione Luca Coscioni è il simbolo dei limiti e delle prospettive dell'innovazione italiana

Il riso è un progetto per il Paese

Se sui media si tuona per «chiudere i porti al riso cambogiano» (che così potrà continuare ad arrivare su autotreni, treni ed aerei), Marco Cappato del direttivo dell’«Associazione Luca Coscioni» chiede invece di «aprire la ricerca dei laboratori italiani per migliorare il riso italiano». Ossia l’opposto di quanto accade oggi in cui il blocco della sperimentazione di piante pensate e prodotte dai laboratori nazionali diventa un oggettivo, insperato incoraggiamento a proseguire nell’insensata e dispendiosa pratica di importare derrate estere di prodotti che scienziati e agricoltori italiani possono e sanno fare in patria.


Il paradosso è tutto qui, ossia in quei dossier che da quasi due anni marciscono nelle stanze dei ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura con cui gli scienziati pubblici italiani, pagati dalle tasse dei cittadini italiani, chiedono di valutare in appositi campi sperimentali delle innovazioni tutte nazionali, tutte fatte all’interno di Università e centri di ricerca pubblici, per migliorare prodotti tipici italiani e poter cucinare piatti tipici italiani famosi in tutto il mondo. Senza innovazione, i ristoranti si dovranno rifornire di riso fatto in ogni parte del mondo e forse di un riso che potrà vantarsi di essere migliore e più ecocompatibile del riso fatto in Italia: una beffa che segue un assurdo autogol. Difatti alcune delle innovazioni pensate dagli scienziati italiani mirano a combattere le aggressioni di alcuni funghi patogeni che devastano varie coltivazioni, tra cui melo, vite e appunto riso. Quello a cui gli agricoltori italiani sono oggi costretti è di utilizzare fungicidi, tanti fungicidi.


Addirittura il 60 per cento di tutti i fungicidi impiegati in Europa viene irrorato nei campi italiani. E nessuno si illuda di illusorie pratiche biologiche o di deliranti riti magici degni di maghi e indovini esoterici che vanno sotto il nome di pratiche biodinamiche: in tutti i casi (biologico, biodinamico o tradizionale) il prodotto principe è un ossido di rame che inquina i terreni nostrani da secoli. Perché biologico non fa rima con salutare, figuriamoci biodinamico. Il rame è un metallo pesante e come tale si comporta anche sul nostro fegato e sul nostro sistema nervoso. In assenza di innovazione, i terreni coltivati, per esempio, a vite sono le più endemiche monocolture che incidono sugli stessi terreni da secoli o millenni. Da quando i funghi patogeni, oltre un secolo fa, hanno attecchito sulle nostre coltivazioni (appunto melo, vite o riso) le cose sono andate sempre peggiorando e il rame sparso nei campi un secolo fa è in parte ancora nello stesso punto ad accogliere anno dopo anno quattro, o sette o anche quindici trattamenti con rame (o con poltiglia bordolese) in funzione della piovosità annua.

Due sono le strade: continuare a produrre frutti e derrate usando vecchie pratiche inquinanti o guidare l’innovazione che possa ridurre l’impiego di queste sostanze. Ma se noi leghiamo le mani dietro la schiena a scienziati e agricoltori, non ci si può sorprendere o offendere se ci arriveranno gli stessi prodotti che potranno vantare di avere un minore impatto ambientale per il ridotto impiego di fungicidi e minor rischio di residui tossici per l’uomo, dal momento che le resistenze delle piante ai patogeni sono resistenze genetiche e non mediante agrofarmaci. Per tutto questo Filomena Gallo e Marco Perduca, i vertici dell’«Associazione Luca Coscioni», chiedono che si apra alla sperimentazione in pieno campo con piante derivanti dalle nuove tecnologie dell'editing genomico, metodiche che vedono i biotecnologi italiani all’avanguardia scientificamente, ma paralizzati nel loro impiego in campo dalle paure e dai balbettii di una politica che tanto urla alla luna contro lo straniero da un lato quanto poi agisce solo per paralizzare l’innovazione tricolore.

A Milano il 4 ottobre non soltanto i vertici dell’«Associazione Luca Coscioni» sono scesi in campo per rivendicare il diritto alla conoscenza di scienziati, agricoltori e cittadini italiani, ma soprattutto gli scienziati ci hanno messo la faccia e la bocca. Nel senso che una nota chef stellata come Paola Galloni ha usato riso editato con la tecnologia Crispr per confezionare delle gustose polpette o arancini di riso che sono stati mangiati in pubblico da aderenti, simpatizzanti, scienziati e passanti. Il miglioramento genetico a tutto tondo che dai laboratori finisce nello stomaco di chi conosce meglio di chiunque la tecnologia dell'editing genomico e ci mette la faccia e la bocca per rassicurare tutti e indicare la strada che possa aiutare il Paese a uscire da paure e ossessioni, per giocare la partita dell’innovazione di prodotto e della competizione internazionale. Le tecnologie del genome editing servono a velocizzare processi di miglioramento senza trasferire Dna da un organismo a un altro, curando in maniera impercettibile il genoma di qualunque pianta con una tecnologia così raffinata e delicata che nessuno può accorgersi se le piante resistenti alle aggressioni dei funghi siano mutanti spontanei o indirizzate dal sapere umano.


Queste tipo di pianta «editata» è capace di passare attraverso qualsiasi illusorio muro verbale. Un muro non lo si deve per forza sfondare, lo si può superare, passarci sotto o aggirarlo. Alzare muri contro la ragione e il ragionamento è un modo sicuro per perdere. Anche per perdere i nostri prodotti tipici fatti per le nostre più classiche e gustose ricette.



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