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Alimentazione

C'è di mezzo un gene se preferiamo i cibi salati

pubblicato il 21-07-2016
aggiornato il 01-03-2017

Studi effettuati sui topi ipotizzano il ruolo della genetica nella predilezione verso i cibi saporiti. La scoperta potrebbe favorire la creazione di farmaci per inibire il gusto del sale, specie per le persone ipertese

C'è di mezzo un gene se preferiamo i cibi salati

Perché preferisci i cibi salati a quelli dolci? Chiedilo ai tuoi geni. Sarebbero infatti loro i responsabili delle nostre predisposizioni al gusto, orientandoci a scegliere una pizza piuttosto che una fetta di torta. Questa scoperta è emersa da uno studio di laboratorio condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Edimburgo in Scozia, pubblicato sulle pagine della rivista Circulation. 

 

HSD11B2

Non è una strana sigla, ma il nome in codice di un gene molto particolare, quello che alimenterebbe la nostra fame di sale. Si tratta di una scoperta testata solo su degli esperimenti effettuati sui topi, ma i cui risultati preliminari confermerebbero questa tesi. Un gruppo di ricercatori scozzesi ha modificato il Dna di alcune cellule del cervello di un ristretto numero di cavie, rimuovendo il gene HSD11B2. Dopo di che i topini sono stati posti davanti ad una scelta: bere acqua salata, di mare, oppure potabile. «Abbiamo potuto osservare – hanno precisato i ricercatori – che i topolini con il gene modificato, optavano con una frequenza tre volte maggiore per l’acqua salata rispetto a agli altri». 

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L’APPLICAZIONE SULL’UOMO

Questa scoperta potrebbe avere una applicazione futuribile anche sull’uomo in quanto questo gene, nella nostra specie, è stato collegato alla sodiosensibilità che, si sa, è spesso correlata allo sviluppo di malattie cardiovascolari le quali possono avere come co-fattore incidente anche il consumo eccessivo di sale. La presenza di questo gene dunque spiegherebbe, per la prima volta, una possibile relazione con il rischio di ipertensione in alcuni soggetti che, ad oggi, non era stato ancora chiarito. Se ulteriori studi dovessero confermare queste prime indicazioni, la scoperta potrebbe essere sfruttata per la creazione di un farmaco che oltre a ad avere un effetto sulla pressione arteriosa, possa anche regolare la ‘fame di sale’, soprattutto in pazienti con insufficienza cardiaca, più fragili al rischio per gli effetti della componente ‘sale’, prevenendo così eventuali complicanze o l’evoluzione di malattia.

 

IL PARERE DEL CARDIOLOGO

«Questo studio - dichiara Roberto Meazza, responsabile del Centro Ipertensione dell'ospedale MAggiore Policlinico di Milano - per ora condotto su modello animale, potrebbe aiutare nella gestione del paziente iperteso sodiosensibile. Come si sa la predisposizione di alcune persone con la pressione alta (non tutti i soggetti ipertesi, ma una percentuale variabile in base a razza ed età, ndr) alla sensibilità al sodio, porta ad un tipo di disregolazione della pressione arteriosa che beneficia maggiormente della riduzione del sale. Conoscere il gene responsabile di questo sottogruppo di ipertesi, può indirizzare la terapia in maniera più selettiva aumentandone l’efficacia e la tollerabilità. Questo si potrà allargare alle condizioni di patologia correlate che possono beneficiare di un controllo dell’introito di sodio, tra cui l’insufficienza cardiaca». 

Francesca Morelli


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