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Alimentazione

Celiachia: quasi duecentomila italiani devono rinunciare al glutine

pubblicato il 24-01-2018

Nel nostro Paese oltre 198.000 celiaci, 2 su 3 donne. Il problema delle diagnosi «sommerse». Ma la celiachia non è un'invenzione del terzo millennio

Celiachia: quasi duecentomila italiani devono rinunciare al glutine

I celiaci oltre ogni ragionevole dubbio sono poco meno di duecentomila: 198.427, per l'esattezza. Tanti, ma sensibilmente di meno rispetto a quelli che potrebbero esserlo e ancora non lo sanno. Secondo le stime riportate nell'ultima Relazione annuale del ministero della Salute al Parlamento sulla celiachia, relativa al 2016, i celiaci in Italia potrebbero essere in tutto 600mila, considerando una prevalenza mondiale pari all'un per cento. Quindi oltre 400mila persone potrebbero essere celiache ancora senza diagnosi.


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NON AUMENTANO I CASI, MA LE DIAGNOSI

Si confermano dunque in crescita i numeri della celiachia in Italia. Ma è necessario interpretare i dati: ci sono più celiaci rispetto al passato oppure oggi è più probabile giungere a una corretta diagnosi? «Non c’è nessuna evidenza scientifica che indichi che il numero dei casi di celiachia sia in aumento», ripete ogni volta che può Marco Silano, direttore del reparto alimentazione, nutrizione e salute dell'istituto Superiore di Sanità e coordinatore del comitato scientifico dell'Associazione Italiana Celiachia.


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OLTRE QUINDICIMILA DIAGNOSI NEL 2016

A fronte dell'aumento delle diagnosi non c'è dunque un rischio peggiore di sviluppare la celiachia - condizione infiammatoria cronica che porta chi ne soffre a dover escludere rigorosamente il glutine dalla dieta - bensì una sensibilità maggiore oltre a una serie di opportunità che negli anni hanno reso le diagnosi più accurate. Dall'ultima relazione emerge come in Italia, nel 2016, siano stati scoperti 15.569 nuovi casi di celiachia: oltre cinquemila in più rispetto all'anno precedente. In questo modo si è arrivati al dato complessivo di 198.427 diagnosi: di cui due terzi registrati tra le donne.  Le Regioni in cui si sono registrate i maggiori aumenti di diagnosi sono state la Lombardia, il Lazio e l'Emilia Romagna. Ma se si guarda la prevalenza della malattia - ovvero la quota di popolazione colpita dalla celiachia sul totale degli abitanti - il primato spetta alla Sardegna e alla Toscana (0,41 per cento). A seguire: la Provincia Autonoma di Trento (0,4 per cento), la Valle d'Aosta (0,39 per cento), la Lombardia (0,38 per cento) e l'Abruzzo (0,37 per cento).

LA DIETA PRIVA DI GLUTINE E' DANNOSA
PER CHI NON E' CELIACO?

COME SI ARRIVA A UNA DIAGNOSI?

Anche questi dati, comunque, potrebbero essere condizionati da un aspetto: l'aggiornamento dei protocolli diagnostici relativo a due anni fa, che però non risulta ancora entrato in vigore in maniera omogenea sull'intero territorio nazionale. Lo schema attualmente raccomandato prevede lo screening con i test sierologici, seguito da una biopsia intestinale per tutti gli adulti. L'esame invasivo può invece essere escluso nei bambini: in presenza degli antigeni DQ2 e DQ8, con un livello degli anticorpi antitransglutaminasi superiore di dieci volte (o più) i livelli di norma, sintomi riconducibili in maniera chiara alla celiachia e buona risposta alla dieta senza glutine. In questo modo, è opinione condivisa tra gli esperti, si arrivare ad avere un'istantanea più definita della celiachia e i primi dati relativi al triennio 2014-2016 lo dimostrano. «Emerge un incremento delle diagnosi più spinto, forse favorito dalla maggiore sensibilizzazione dei cittadini, ma pure dai nuovi indirizzi scientifici», si legge nel documento. Da cui si evince pure però che «si ha più possibilità di ricevere una diagnosi di celiachia a seconda di dove si vive, mentre i pazienti sono uguali ovunque e meritano pari assistenza», per dirla con Giuseppe Di Fabio, presidente dell'Associazione Italiana Celiachia.


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LE BUFALE SULLA CELIACHIA 

Facendo un giro sul web, si possono leggere diverse ipotesi avanzate circa le possibili cause alla base della malattia, che non è una peculiarità del terzo millennio: dal maggiore utilizzo di diserbanti al ricorso al grano estero, dalla maggiore concentrazione di glutine nei grani moderni alla ridotta incidenza della celiachia legata ai grani antichi. Al momento, come spiegato dall'Associazione Italiana Celiachia in uno degli ultimi numeri della propria rivista, «non c'è nessuna evidenza scientifica che indichi una correlazione tra
consumo di una specifica varietà di grano, l’uso di pesticidi usati in agricoltura e il tipo di sfruttamento dei terreni di coltura e lo sviluppo di celiachia». Al momento vi è una sola terapia in grado di rendere gestibili i sintomi della malattia: la dieta priva di glutine. Dalla celiachia non si guarisce, ma oggi è possibile conviverci in maniera molto più tollerabile. 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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