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Alimentazione

La dipendenza da alcol inizia sui social network

pubblicato il 19-12-2013
aggiornato il 01-06-2017

Aumentano i giovani bevitori, con nuove mode dal pub crawl al binge drinking, grazie anche al passaparola on line. Con gravi conseguenze, come danni neurologici

La dipendenza da alcol inizia sui social network

L’ultima moda è il pub crawl, una serata a tappe in diversi bar e locali, lanciata nel Regno Unito e approdata anche nelle principali città italiane. L’obiettivo è quello di ‘gattonare’ (da ‘crawl’) a fine serata, tra free drinks e shot di superalcolici a prezzo fisso. Online l’organizzazione e il passaparola, dove si promettono divertimento, l’occasione di socializzare e fare gruppo. A partecipare, sempre più i minorenni. E se il conto a fine serata è contenuto (si aggira sui 25-30 euro), quello per la salute è molto più salato. L’abuso di alcolici tra gli adolescenti ha raggiunto oggi dimensioni allarmanti e gli esperti puntano il dito proprio contro usi e costumi da social network. Come postare foto con la bottiglia in mano: secondo uno studio statunitense, pubblicato sul Journal of Adolescent Health, influenzerebbe il comportamento degli amici digitali. I risultati su 1.500 quindicenni, tra Facebook e MySpace: si fuma e si beve di più se tra i contatti dilagano gli stessi comportamenti a rischio.

PRESSIONI SOCIALI- Anche la tv continua a rivestire un ruolo importante e «l’alcol è ancora rappresentato in modo positivo, con allusioni sessuali e legato all’idea di successo sociale», spiega Emanuele Scarfato, presidente della Società Italiana di Alcologia. «Ogni anno in Italia sono spesi 310 milioni in investimenti pubblicitari per le bevande alcoliche. Però il marketing non segue le direttive europee in materia, che vietano invece l’associazione del consumo di alcol allo svago». Non basta la sola pubblicità: in aumento negli ultimi anni, l’alcoldipendenza èla risultante di molti fattori. Tempi e ritmi di lavoro, sottostima del problema, fragilità emotiva, desiderio di evasione e depressione, oggi particolarmente esasperati da instabilità sociale e crisi economica. Alla base anche una predisposizione genetica: l’ultima ricerca, in ordine temporale, è dell’Università di Yale che ha reso noti 39 geni potenzialmente coinvolti nei meccanismi di tolleranza e reazione agli effetti dell’alcol. Se confermata, potrebbe spiegare perchè alcuni soggetti siano più inclini a essere dipendenti dalla bottiglia.

BABY DIPENDENTI- In Italia, secondo il report stilato da Iss e Istat in collaborazione con la Società italiana di alcologia, 13 milioni di persone bevono alcolici tutti i giorni. Di questi, 60 mila sono in carico ai servizi per alcolemia e l’1 per cento, pari a 1.200 soggetti, ha meno di 19 anni. In aumento anche le ragazzine e le donne mature. Spiega l’esperto, «Prima dei 18-20 anni di età il corredo enzimatico necessario a smaltire l’alcol non è maturo. Rispetto agli uomini, le donne adulte possono invece metabolizzare una quantità di alcol inferiore, pari alla metà». La dose giornaliera considerata a basso rischio: un bicchiere per donne, giovani e anziani, due per gli uomini.

DANNI A BREVE TERMINE- In poco tempo, a risentire dell’abuso di alcolici è l’ippocampo, sede della memoria e orientamento spaziale. Soprattutto nei giovanissimi: l’alcol, non metabolizzato, arriva direttamente al cervello distruggendo i neuroni in quest’area. «Con il binge-drinking, ovvero la concentrazione di 5-6 bicchieri nel solo weekend, si osserva una riduzione della massa dell’ippocampo in 2-3 mesi, con diminuzione delle prestazioni connesse», conclude. Un processo irreversibile, perchè il cervello non è dotato di plasticità, contrastabile solo con la prevenzione. «Si deve educare i ragazzi a un consumo responsabile di bevande alcoliche: rispettare la quantità massima consentita, evitare sempre di raggiungere un’alcolemia elevata, bere a stomaco pieno perchè ne rallenta l’assorbimento. Infine, insegnare che l’alcol non è uno strumento di socializzazione e va ‘maneggiato’ con cautela».

Cinzia Pozzi

@cinzpozzi


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