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Alimentazione

Meno cibo fa bene al cervello

pubblicato il 03-06-2013

Tra gli anziani il “deterioramento cognitivo lieve”, che a volte fa da apripista all’Alzheimer, risulta doppio tra quanti mangiano di più. Un’altra ricerca Usa sostiene che la mente è più brillante a ogni età con due giorni di digiuno alla settimana. L’interpretazione dello psicogeriatra

Meno cibo fa bene al cervello

Tra gli anziani il deterioramento cognitivo lieve risulta doppio tra quanti mangiano di più. Una ricerca Usa sostiene che la mente è più brillante con due giorni di digiuno alla settimana. L’interpretazione dello psicogeriatra

Siamo accerchiati. Da tutte le parti viene l’invito a mangiare meno. E non è che invecchiando ci si possa un po’ rilassare a proposito delle diete. Ecco qua una ricerca che rimbalza dalla Clinica Mayo in Usa: se da vecchi si mangia troppo raddoppia il rischio di “mild cognitive impairment”, Mci, cioè di quel “deterioramento cognitivo lieve” che non sempre, ma spesso, prelude all’Alzheimer o alla demenza senile.

A condurre la preoccupante indagine, per alcuni “sacrilega” collegando la dolcezza del cibo alla pazzia, è un luminare in materia, il professor Ronald Petersen, direttore del Centro di ricerca sull’Alzheimer, che ha studiato 1.200 persone di età 70-89: tra di loro, tutti senza demenza,  ha individuato 163 uomini e donne colpiti da quel deficit cognitivo lieve che è risultato, per l’appunto, doppio tra quanti seguivano un’alimentazione ipercalorica.

PIU’ BRILLANTI E PIU’ LONGEVI - Prima di chiedere lumi su questi dati a uno specialista di invecchiamento, riportiamo un’altra ricerca che sta avendo una certa eco anche perché, sotto certi aspetti, francamente bizzarra. E, per altri, promettente. Sostiene il professor Mark Mattson, direttore del National Institute of Aging di Baltimora, che digiunare ogni tanto allontana nel tempo la comparsa di Alzheimer e Parkinson, che anche da giovani fa diventare  il cervello più brillante e, dulcis in fundo, allunga la vita.

Ma digiunare “ogni tanto”: quanto? Due giorni su sette, spiega il neuroscienziato. E non sarà difficile, aggiunge, perché, stando due giorni non di fila in una settimana a 500 calorie (qualche verdura e un tè), poi ci si può rifare negli altri cinque mangiando quanto si vuole. Anche il peso – assicura lo studioso – resta sotto controllo pur tra ondate di digiuno e di abbuffate.

DALLE CAVERNE A NOI - Ma da dove nascerebbero tutti questi effetti benefici del digiuno? Secondo Mattson, la mancanza di cibo crea un qual piccolo stress che stimolerebbe i neuroni a svilupparsi «un po’ come succede alle cellule dei muscoli sotto lo stimolo dell’esercizio fisico». E, andando più indietro, porta la spiegazione nel campo evoluzionistico. Tesi affascinante, ascoltiamola: quando le risorse scarseggiavano i nostri antenati dovevano scervellarsi per cercare cibo. Quelli dalla mente più vivace, che ricordavano dove e come si era trovato cibo altre volte e ricordavano pure come evitare i predatori, trovavano da mangiare e, dunque, sopravvivevano. «Così si è creato ed evoluto un meccanismo che lega periodi di fame a una crescita neuronale».

Nemmeno questo salto nella nostra preistoria conquista il professor Marco Trabucchi, docente di neuropsicofarmacologia all’Università di Roma Tor Vergata e presidente dell’Associazione italiana di psicogeriatria con “speciale veduta” sull’Alzheimer, che spara: «Belle trovate, ma io non ne posso più di queste uscite dove non c’è nulla di dimostrato. Noi non siamo topi, dalle ricerche sui topi a noi c’è una bella distanza».

SIAMO UOMINI, NON TOPI - Ma si capisce che a indisporlo sono i consigli sul digiuno di Mark Mattson. Sulle indagini di Ronald Petersen spiega: «La comparsa di Mci o dell’Alzheimer è dovuta a varie circostanze. Ci sono fattori di rischio che la anticipano: la mancanza di movimento, la mancanza di cultura perché significa meno stimoli cerebrali… Poi c’è il cibo, certo. Ma non è il sovraccarico di cibo in sé a danneggiare, ma quel che può significare: colesterolo alto, glicemia, ipertensione… Sono queste condizioni a “pesare” sul declino mentale».

Prosegue il professor Marco Trabucchi: «Ha ragione Umberto Veronesi a raccomandare diete rigorose e leggere. Anzi, lui non parla, giustamente, di diete. Si tratta di un buon mangiare con cibi sani, in quantità giuste, senza neanche avere l’ossessione dei limiti».

E il digiuno che stimolerebbe i neuroni? «Quel digiuno rappresenta un tale stress metabolico che si commenta da solo. Spezza ogni equilibrio. Voglio ricordare che noi non siamo cavie. In questa teoria non c’è nessun senso clinico e nessun senso umano».

Serena Zoli


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