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Big data: il tesoro nascosto nei dati che produciamo

pubblicato il 21-09-2016
aggiornato il 19-09-2017

Dalla medicina genomica alla pubblicità passando per i trasporti intelligenti. Ogni giorno produciamo informazioni che potranno semplificarci la vita. E’ la sfida dei Big Data

Big data: il tesoro nascosto nei dati che produciamo

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Che cosa sono i Big Data? Come rivoluzioneranno le nostre vite? In una società sempre più digitalizzata e connessa ogni due giorni il mondo produce una quantità di informazioni pari a quella generata dall’inizio della civilizzazione a oggi. Orientarsi e interpretare l’immensa mole di dati è più che mai fondamentale. Come e perché - in previsione del suo intervento di venerdì 23 settembre alla Conferenza mondiale The Future of Science - ce lo spiega Alfonso Fuggetta, professore di Informatica presso il Politecnico di Milano, Faculty Associate presso l'Institute for Software Research della University of California e Amministratore Delegato e Direttore Scientifico di CEFRIEL.

Professor Fuggetta, i mezzi di informazione sempre più spesso parlano di “Big Data”. Di cosa si tratta?

Per Big Data si intende una raccolta di dati così estesa da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per contestualizzarli e interpretarli al fine di ottenere informazioni utili. Si parla di Big Data quando si ha un dataset talmente grande da richiedere strumenti non convenzionali per estrapolare, gestire e processare informazioni entro un tempo ragionevole. Tecnicamente, per poter parlare di Big Data, questa mole di informazioni deve soddisfare il criterio delle 5 V: volume, varietà, velocità, variabilità e veridicità. Quest’ultima caratteristica è particolarmente importante in quanto rappresenta il valore informativo che si riesce ad estrarre. Oggi viviamo in un mondo che, grazie alla digitalizzazione, produce una mole di dati non soltanto immensa, ma anche dinamica, veloce e multimediale. Saper leggere questo insieme di “Big Data” può portare ad innumerevoli vantaggi in molteplici settori.

Ci può indicare quali sono secondo lei i possibili campi di applicazione nell’analisi dei Big Data?

L’ambito dei Big Data è relativamente giovane e in continua evoluzione. Un esempio molto noto in cui l’analisi dei Big Data è già particolarmente diffusa è quello relativo all’advertising, ovvero la pubblicità. Non è certo una novità, quando si naviga in rete, trovare annunci pubblicitari mirati sulla nostra persona. Una realtà possibile grazie alla mole di dati che ogni giorno produciamo, più o meno consapevolmente, tutte le volte che utilizziamo, per esempio, un pc o uno smartphone. Un altro campo, completamente diverso e particolarmente interessante, è quello della medicina genomica. Proprio in questi giorni, per esempio, il Prof. Stefano Ceri del Politecnico di Milano sta facendo partire un progetto europeo di “Data Driven Genomic Computing”, un incrocio tra medicina e informatica volto a “utilizzare al meglio” l’enorme mole di dati a disposizione nelle banche genomiche di tutto il mondo. Credo che questi due esempi - pubblicità e salute - siano due casi significativi ancorché piuttosto estremi di una realtà ben più complessa e sfaccettata fatta da una molteplicità di domini e applicazioni.

Tutto ciò immagino sia possibile grazie ad uno sviluppo tecnologico sempre più marcato. E’ realmente così?

Se ad oggi stiamo riuscendo ad interpretare così tanti dati il merito è sicuramente del progresso tecnologico. Oggi tutti noi continuiamo a generare dati attraverso diversi tipi di dispositivi a partire dai nostri smartphone. Allo stesso tempo, qualsiasi punto del globo terrestre può essere connesso alla rete Internet, abilitando così una raccolta sistematica e diffusa di dati su scala globale. A tutto ciò aggiungiamo le crescenti capacità di immagazzinamento dei dati, software sempre più potenti e capacità di calcolo da parte dei computer che hanno raggiunto livelli inimmaginabili come peraltro la legge di Moore aveva suggerito. Tutta questo progresso tecnologico ha fatto sì che arrivassimo a questo punto.

Quali sono le condizioni necessarie affinché questo processo possa diventare sempre più a servizio dell’uomo?

Per perseguire questo scopo occorre lavorare su più fronti. Da un lato, occorre investire maggiormente in infrastrutture. Penso ad esempio all’ancora insufficiente banda larga italiana. Sempre in chiave tecnologica, i dati che vengono generati provengono dagli oggetti che ci circondano. Occorre quindi un maggiore investimento nel rendere le infrastrutture e gli oggetti sempre più “intelligenti”. Pensiamo, per esempio, alla quantità di sensori disseminati lungo il percorso autostradale e alla quantità di informazioni utili che possono veicolare. Accanto a queste sfide di tipo tecnico, ancora più importante è la sfida culturale. Le imprese, in particolare le PMI (piccole e medie), sono ancora restie ad accogliere i vantaggi della digitalizzazione. Non solo, quando parlo di sfida culturale intendo anche l’educazione all’utilizzo di questi strumenti. Non credo che i “nativi digitali” siano più bravi. Sicuramente hanno molta più manualità. Occorre però fornire loro strumenti su come utilizzare in maniera corretta queste tecnologie. E’ questa la vera sfida. 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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