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Oncologia

I tumori pediatrici si curano anche con lo sport

Con allenamenti su misura, le performance degli ex pazienti possono rimanere intatte. Prossimo passo: misurare l'impatto sull'esito delle cure

Il primo passo riguarda la diagnosi: prima la si ottiene, maggiori sono le chance di superare la malattia. Ma oggi, quando si ha di fronte un paziente ammalato di cancro, molte risorse vengono destinate anche alla qualità della vita durante le terapie. Un’evoluzione consolidatasi negli anni, considerando la crescita progressiva dei tassi di sopravvivenza. E che riguarda anche il mondo dell’oncologia pediatrica: un modello a cui mirare visti i successi ottenuti grazie alla ricerca scientifica. Così, partendo dai risultati (poco confortanti) emersi da uno studio condotto su un gruppo di bambini al termine delle cure per una leucemia linfoblastica acuta, un gruppo di ricercatori della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma (MBBM) del Centro Maria Letizia Verga ha misurato i benefici dell’attività fisica nei giovani alle prese con la diagnosi di una leucemia e di un linfoma.

 

LE PERFORMANCE DEI RAGAZZI NON RISENTONO DELLA MALATTIA

Per giungere a questa conclusione, i ricercatori hanno valutato l’effetto di un programma di allenamento costruito sulla base delle esigenze (e dei limiti) dei ragazzi in cura all'ospedale San Gerardo di Monza. Oltre 200 (3-18 anni) quelli coinvolti nella sperimentazione, la più ampia di questo tipo finora realizzata in Europa. I ricercatori li hanno sottoposti a tre allenamenti alla settimana, per quasi tre mesi. Obbiettivo: valutare la tolleranza all'esercizio fisico. Ogni seduta aveva un triplice scopo: misurare la fitness cardiorespiratoria, aumentare la forza, migliorare l’equilibrio e il controllo della postura. Al termine dell’intervento, i risultati sono stati evidenti. Tra i ragazzi che avevano seguito in maniera più assidua il programma di allenamento (almeno due volte alla settimana), le performance sono migliorate in maniera significativa. «Con un training di questo tipo, continuando ad allenarsi anche una volta superata la fase acuta della malattia, questi ragazzi possono raggiungere prestazioni di alto livello nonostante l’esperienza vissuta», afferma Francesca Lanfranconi, medico dello sport e ricercatrice in fisiologia dell’uomo: suo il primo nome nello studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports.

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