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Oncologia

I tumori pediatrici oggi: progressi reali, cure diseguali

In quarant’anni la sopravvivenza dei bambini con tumore è quasi raddoppiata grazie a protocolli dedicati e terapie mirate. Ma non tutti i tumori rispondono allo stesso modo e non tutti i Paesi hanno accesso alle cure

Negli ultimi quarant’anni le prospettive di cura per i tumori pediatrici sono cambiate radicalmente. A metà degli anni Settanta la sopravvivenza a cinque anni per l’insieme delle neoplasie infantili era di poco superiore al 60%; oggi sfiora il 90%. Un incremento significativo dovuto soprattutto a due fattori: la creazione di protocolli di cura specifici per l’età pediatrica e l’arrivo di terapie mirate, come i farmaci a bersaglio molecolare e le CAR-T.

Un progresso reale, ma incompleto. Da un lato alcuni tumori restano molto difficili da trattare, dall’altro l’accesso alle cure è ancora profondamente diseguale a livello globale.

I TUMORI PIÙ CURABILI

Tra le neoplasie oggi maggiormente curabili rientrano i tumori del sangue: la leucemia linfoblastica acuta, la più frequente nei bambini, presenta una sopravvivenza superiore al 91%. Il linfoma di Hodgkin arriva al 98%. Ottimi risultati sono stati ottenuti anche nel retinoblastoma (97%), nel tumore di Wilms (92–93%) e nel carcinoma della tiroide pediatrico (oltre il 99%). I gliomi cerebrali di basso grado raggiungono una sopravvivenza a lungo termine superiore al 94%.

Questi risultati derivano da protocolli terapeutici sempre più affinati e da una migliore stratificazione del rischio. Oggi l’intensità delle cure viene modulata in base alle caratteristiche biologiche del singolo tumore. Non si colpisce più solo la massa tumorale con chemioterapia aspecifica ma si cercano i meccanismi molecolari che sostengono la crescita della malattia.

DALLA CHEMIO ALLE TERAPIE MIRATE

Il cambio di paradigma è visibile anche sul piano regolatorio. Tra il 2015 e il 2025, a livello globale, sono state autorizzate oltre 20 terapie a bersaglio molecolare e più di 10 immunoterapie specifiche per l’età pediatrica. Alla chemioterapia tradizionale -che fino agli anni Novanta era, insieme a chirurgia e radioterapia, l’unica opzione- si sono affiancate strategie che mirano a colpire in modo selettivo le cellule tumorali.

Le CAR-T rappresentano l’esempio più emblematico di questa evoluzione: linfociti del paziente riprogrammati per riconoscere e distruggere le cellule tumorali. Il tisagenlecleucel, prima CAR-T approvata in pediatria, ha portato a remissioni durature nella leucemia linfoblastica acuta recidivante: oltre il 60% dei pazienti è vivo a tre anni dall’infusione, in contesti in cui prima le opzioni erano quasi esaurite.

Gli anticorpi bispecifici, come il blinatumomab, “agganciano” contemporaneamente le cellule tumorali e i linfociti T, potenziando la risposta immunitaria. Il dinutuximab ha migliorato la prognosi del neuroblastoma ad alto rischio.

Sono arrivati anche farmaci “agnostici”, indipendenti dalla sede anatomica del tumore: il larotrectinib funziona contro qualsiasi neoplasia pediatrica che presenti una fusione del gene NTRK, alterazione rara ma presente in diversi tumori solidi.

Tra le approvazioni più recenti per quanto riguarda gli Stati Uniti figurano il revumenib per leucemie con alterazioni di KMT2A e il mirdametinib (2025) per i neurofibromi plessiformi associati alla neurofibromatosi. Sempre nel 2025 è stato approvato il dordaviprone, prima terapia sistemica per i gliomi diffusi della linea mediana con mutazione H3K27M, tumori cerebrali finora privi di opzioni farmacologiche efficaci.

LA SALUTE DEI SOPRAVVISSUTI

L’efficacia delle cure ha però prodotto la popolazione clinica dei guariti. Negli Stati Uniti, nel 2022, se ne stimavano oltre 521.000, secondo l’American Association for Cancer Research (AACR). In Europa, sulla base delle proiezioni di SIOP Europe, entro il 2030 si arriverà a circa 750.000 persone che hanno superato un tumore in età pediatrica.

Una crescita che pone una questione clinica centrale, ovvero come preservare la qualità della vita nel lungo periodo. Tra il 60% e il 90% dei sopravvissuti sviluppa nel corso della vita condizioni croniche legate ai trattamenti ricevuti: cardiotossicità, problemi dell’udito, infertilità, secondi tumori.

La ricerca si sta muovendo anche su questo fronte. Tra le novità più recenti, l'utilizzo del tiosolfato di sodio ha ridotto il rischio di danni permanenti all’udito indotti dal cisplatino. Il dexrazoxane è correntemente utilizzato per prevenire la cardiotossicità delle antracicline. Per i pazienti a basso rischio si studiano protocolli di de-escalation, cioè terapie meno intensive ma ugualmente efficaci, guidate dall’analisi genomica del tumore.

I TUMORI PIÙ DIFFICILI DA TRATTARE

Non tutti i tumori pediatrici seguono la stessa traiettoria di miglioramento. I gliomi diffusi della linea mediana, in particolare il DIPG con mutazione H3K27M, restano tra i più letali: la sopravvivenza a cinque anni è inferiore al 4%. Crescono in aree cerebrali non operabili, rispondono poco alla radioterapia e sono difficilmente raggiungibili dai farmaci.

Anche i sarcomi metastatici, come osteosarcoma e sarcoma di Ewing, mantengono prognosi sfavorevoli quando si diffondono. La leucemia mieloide acuta pediatrica ha tassi di sopravvivenza nettamente inferiori rispetto alla leucemia linfoblastica. In questi casi pesano fattori biologici difficili da aggirare: aggressività intrinseca, resistenze, scarsità di bersagli molecolari e barriere anatomiche come la barriera emato-encefalica.

IL RITARDO RISPETTO ALLE CURE DEGLI ADULTI

Ma il problema non è solo biologico. È anche strutturale. Le terapie oncologiche pediatriche arrivano sul mercato con un ritardo medio di 6,5–10 anni rispetto a quelle per adulti.

Gli studi clinici pediatrici sono più complessi da organizzare e richiedono maggiori cautele regolatorie. Le popolazioni di pazienti sono piccole, con ricadute sulla potenza statistica. L’attrattività commerciale per le aziende farmaceutiche è inferiore rispetto all’oncologia dell’adulto. C’è poi una differenza di fondo nella biologia dei tumori: molte neoplasie pediatriche dipendono da alterazioni epigenetiche, più difficili da colpire rispetto alle mutazioni classiche. L’innovazione pediatrica resta spesso una ricaduta di quella sviluppata per gli adulti, quando invece richiederebbe investimenti dedicati fin dalle fasi iniziali della ricerca.

QUANDO LA CURA NON È PER TUTTI

Ma sarebbe un errore pensare che questi progressi valgano per tutti. I tassi di sopravvivenza superiori all’85% valgono per i paesi ad alto reddito. Nei paesi a basso e medio reddito, dove si concentra circa il 90% dei casi di tumore pediatrico a livello mondiale, la sopravvivenza può scendere sotto il 30%.

Le cause sono note: diagnosi tardive, accesso limitato ai farmaci essenziali, infrastrutture sanitarie fragili, interruzioni dei percorsi di cura per mancanza di supporto alle famiglie. In molti contesti un bambino con leucemia linfoblastica acuta, che in Europa o Nord America avrebbe oltre il 90% di possibilità di guarire, muore perché non può accedere alle cure di base.
La sfida dei prossimi anni non è solo aprire nuovi fronti di ricerca. È fare in modo che i progressi già raggiunti diventino accessibili ovunque.

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