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«Senza antibiotici efficaci interventi a rischio»

pubblicato il 24-11-2015
aggiornato il 09-10-2017

L'esperta Pantosti chiede più cautela ai medici e maggiore consapevolezza ai pazienti. Ecco come evitare gli errori più comuni

«Senza antibiotici efficaci interventi a rischio»

 «La resistenza agli antibiotici è un fenomeno inevitabile, entro certi limiti. Da diversi anni, però, siamo già oltre questo confine. Continuando così, gli interventi chirurgici e la chemioterapia non saranno più procedure sicure come lo sono oggi». Per spiegare a chi legge perché è fondamentale prendere di petto il problema della resistenza agli antibiotici, Annalisa Pantosti (nella foto), direttore del reparto di malattie batteriche, respiratorie e sistemiche dell’Istituto Superiore di Sanità, parte da quelle che potrebbero diventare le conseguenze di alcuni comportamenti sbagliati dell’uomo.

 

Cosa le fa immaginare uno scenario così tenebroso?

«Alcuni colleghi statunitensi, in uno studio pubblicato su The Lancet Infectious Diseases, hanno evidenziato che, andando avanti di questo passo, oltreoceano si conteranno più di centomila casi di infezioni ogni anno, con 6300 decessi a esse correlati. La scienza parla con i fatti e di fronte a una simile stima non possiamo rimanere indifferenti».

 

Da dove nasce il problema della resistenza agli antibiotici?

«Il fenomeno è ineludibile, perché i batteri si sono sempre adattati all’ambiente in cui vivono. E, da settant'anni a questa parte, anche all’azione degli antibiotici. Il tema è divenuto un’emergenza di salute pubblica da quando il loro consumo è cresciuto in maniera esponenziale. La resistenza di molti batteri è oggi un problema globale, come documentato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. E il maggior utilizzo avviene nelle comunità, non all’interno degli ospedali».

 

Quali sono gli errori più comuni che commette il paziente?

«Gli antibiotici vanno usati soltanto dietro prescrizione medica e in presenza di un’infezione batterica, mentre sono ancora in molti a richiederli o utilizzarli quando sono raffreddati, influenzati o colpiti da altre infezioni banali delle vie aeree. La responsabilità, in ognuno di questi casi, è quasi sempre di un virus. La somministrazione degli antibiotici può dare effetti collaterali e aggrava il problema della resistenza di alcune specie. È importante anche non interrompere una terapia prima del previsto e non condividere con altre persone gli antibiotici prescritti».

 

Ci sono responsabilità anche da parte degli specialisti?

«I medici di base devono dedicare più tempo ai pazienti per spiegare le possibili ricadute legate all’errata somministrazione di questi farmaci. Ma la sfida riguarda pure alcuni specialisti che li prescrivono in maniera larga. In molti casi, per un intervento chirurgico, si prescrive unaprofilassi più lunga di quel che realmente servirebbe».

 

In quale altro modo è possibile porre un argine al problema tra le mura degli ospedali?

«Per limitare la diffusione dei batteri resistenti all’interno è importante seguire regole scrupolose di igiene e di controllo. La più importante di queste è il lavaggio delle mani, che sono un veicolo frequente di infezioni da un paziente all’altro. Purtroppo non sempre il personale sanitario segue questa semplice prescrizione».

 

Quali sono le colpe degli allevatori?

«Gli antibiotici sono sempre stati utilizzati anche in zootecnia e ciò ha contribuito a rendere alcune specie batteriche resistenti a tutti i trattamenti. Ma la situazione odierna è migliore rispetto a quella di un ventennio fa, quando gli antibiotici erano utilizzati anche per far crescere gli animali (pratica vietata dal 2005 in tutta Europa, ndr) e non si conoscevano né le quantità né la qualità dei prodotti impiegati».

 

Pensa che il messaggio sia difficile da trasmettere anche perché le ricadute non ci riguardano nell’immediato?

«Se le ricadute anticipate dai colleghi americani potrebbero concretizzarsi nei prossimi anni, quando gli antibiotici non funzionano negli ospedali i pazienti possono morire per infezioni intrattabili e tutti possono esser a rischio. Dovrebbe bastare questo per convincerci ad affrontare subito l’emergenza».

 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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