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Con le nanotecnologie si potrà clonare l'uomo

pubblicato il 18-09-2012
aggiornato il 17-01-2017

E’ l’ipotesi dello scienziato Andrea Cuomo nel disegnare gli sviluppi della tecnologia dell'informazione e della biologia all’interno del nuovo mondo che sta nascendo con la rivoluzione della "nanometria"

Con le nanotecnologie si potrà clonare l'uomo

Andrea Cuomo è Senior Executive Vice President e General Manager di STMicroelectronics’ Europa, Medio Oriente e Africa. E’ a capo della sezione Advanced Systems Technology.

Lei ha definito quella delle nanotecnologie una "rivoluzione paragonabile a quella dell'industria tessile del '700 o dell'industria elettronica della seconda metà del '900". Quali sono adesso i più evidenti segni di cambiamento?

Le nanotecnologie apriranno uno spazio radicalmente nuovo. Addirittura si prospettano convergenze fra l’Information technology e la biologia, la cosiddetta life science. Sfruttando il fatto che funzionano su dimensioni simili è pensabile connettere computer e neuroni. Cosa accadrà? Francamente non ne ho idea. Quando? Neppure. Però sono certo che ci saranno cambiamenti neanche immaginabili oggi. Stiamo vivendo una rivoluzione che aprirà le porte a nuove forme di intelligenza  e coinvolgerà ogni campo del sapere umano.

In questa rivoluzione verrà coinvolta anche l’ etica?

Tutto, anche l’etica, esiste all’interno di un mondo dato. Quando cambiano i confini di questo mondo cambiano anche le declinazioni dei principi di fondo. Anche se i principi restano. Per la mia impostazione culturale e ideologica, ad esempio, penso che potremo anche interfacciare un cervello con un computer, ma clonare un essere vivente non vuol dire che l’umanità di un individuo potrà mai essere replicata artificialmente.

A che velocità stiamo andando?

In questo campo l’innovazione progredisce alla velocità di un esponenziale doppio. Quanti anni ci sono voluti per mettere 3 persone su un motore a scoppio? Quanti per viaggiare su un aereo che supera la velocità del suono? Quanti per collegare due località con un doppino telefonico? E quanti per scambiare dati wireless dalla Cina agli Usa, compresi i cosiddetti middle of nowhere states? E tutto questo a costi sempre più bassi.

C’è consapevolezza o siamo tutti pendolari che leggono il giornale su un treno che fa i 300 all’ora?

La gente vive l’innovazione ma non ci pensa. Compriamo l’iPad e diamo per scontato il fatto di vivere perennemente connessi col mondo. Entriamo in ospedale per interventi che fino ieri richiedevano una settimana di ricovero e usciamo la sera stessa. Ma difficilmente percepiamo quanto c’è dietro in termini di ricerca e sviluppo. Semplicemente non lo vediamo e non ci viene spiegato.

The Future of Science vuole essere anche questo: scavalcare le barriere, dialogare di scienza ai massimi livelli con la società civile

Si deve fare, è giusto parlare. E’ sbagliato rinunciare. Scriveva Gramsci a chi lo accusava di “parlar difficile” agli operai che solo così, sentendo discorsi complicati, la gente può crescere. E non è solo un problema della scienza. La gente non legge neanche i classici del pensiero e io direi forse che prima di parlare di nanotecnologie bisognerebbe andarsi a leggere Platone. L’ignoranza è sempre negativa, anche se viviamo in una società che non premia l’approfondimento, il pensiero critico e intellettuale, ma vive di consumi e di impulsività.

Quattro miliardi e mezzo di telefoni cellulari, 700 milioni di tablet e smartphone. Crede che la nanoelettronica aumenterà il gap fra mondo che se le può permettere e quello che non può, oppure potranno portare più equità?

Riporto un antico insegnamento, che io ho imparato da un mio grande maestro, Augusto Camera: le tecnologie sono sempre neutrali, tutto dipende dall’uso che se ne fa. Se ho un sistema che riduce l’inquinamento, allora vivo meglio; se poi è troppo costoso per un Paese questo dipende dal modo che ha il mondo di redistribuire la ricchezza. Se c’è la volontà di distribuirla, la tecnologia comporta un miglioramento dello standard di vita; noi viviamo meglio dei nostri nonni e ciò accade anche in molti Paesi poveri. In Africa ci sono centinaia di milioni di persone con il cellulare, che possono parlare ogni giorno, magari con il figlio che lavora in Europa. Può non essere la priorità assoluta, ma aiuta a ridurre il peso della lontananza dai propri cari.

Sempre più piccolo, più veloce, meno dispendioso in termini energetici. Quali sfide si profilano per l’industria microelettronica in periodo di crisi economica?

Ogni nuova tecnologia porta con sé nuove azien de e nuovi spazi di crescita economica. E’ accaduto con la nuova generazione di applicazioni per i contenuti web e la nascita di giganti come Amazon, Yahoo, Google. Certo è che bisogna investire in ricerca. Se un Paese non è pronto a fare ciò, allora è fermo. E con una velocità di innovazione a esponenziale doppio, il gap si approfondisce e diventa davvero difficile recuperare il ritardo. Cosa spesso non capita dalla politica.

Le nanotecnologie possono cambiare (in meglio) la nostra vita quotidiana, anche a livello collettivo. Dalla nanomedicina alle smart cities, lei ha partecipato a progetti in diversi ambiti. Quali le prospettive più interessanti?

Il progetto smart cities è partito con l’idea di provare a fare qualche esperimento su nuovi servizi al cittadino. Parliamo di sicurezza, risparmio energetico, mobilità, sanità. Un esempio: per un’illuminazione urbana “intelligente” si potrebbero installare dei sensori sui pali della luce e far sì che si accendano solo quando passa un veicolo o una persona. Lo stesso si può fare per monitorare i parametri vitali di anziani e malati, con i sistemi di sicurezza e altro ancora. Ci siamo detti “partiamo dal basso, dai comuni, dai bisogni delle persone, e vediamo come funziona”. L’Italia è il Paese in cui non ci si mette d’accordo neppure sull’altezza dei cornicioni (lo diceva Gadda, basta camminare col naso all’insù a Milano), per cui è meglio costruire esempi virtuosi che vengano poi progressivamente estesi a tutta la Comunità.

 

Donatella Barus
Donatella Barus

Giornalista professionista, dirige dal 2014 il sito della Fondazione Umberto Veronesi. E’ laureata in Scienze della Comunicazione, ha un Master in comunicazione. Dal 2003 al 2010 ha lavorato alla realizzazione e redazione di Sportello cancro (Corriere della Sera e Fondazione Veronesi). Ha scritto insieme a Roberto Boffi il manuale “Spegnila!” (Rizzoli), dedicato a chi vuole smettere di fumare.


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