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«Così l’innovazione digitale sta cambiando lo studio delle malattie»

pubblicato il 23-09-2016
aggiornato il 02-03-2017

Giuseppe Testa parla di innovazione digitale a «The Future of Science»: «Dagli avatar le risposte che mancano nello studio delle disabilità intellettive e delle malattie neurodegenerative»

«Così l’innovazione digitale sta cambiando lo studio delle malattie»

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La parola d’ordine, che poi è anche il trait d’union tra la medicina e l’innovazione digitale, è riprogrammare. Già oggi, possiamo riprogrammare tutto: la vita di una cellula somatica o di una germinale, di un neurone o di una staminale totipotente. Ma la riprogrammazione, in futuro, non riguarderà soltanto la vita umana. Arriverà il momento in cui saremo in grado di generare in un laboratorio un intero ecosistema, al fine di scoprire tutte le forme in esso viventi. «Il digitale è ormai un componente della nostra vita», afferma Giuseppe Testa, direttore del laboratorio di epigenetica delle cellule staminali all’Istituto Europeo di Oncologia e docente di biologia molecolare all’Università Statale di Milano.

Viviamo già nella società dei nativi digitali

 

IL DIGITALE COME PARTE DI NOI

Protagonista del suo intervento nel corso della dodicesima edizione della conferenza The Future of Science - organizzata dalla Fondazione Umberto Veronesi in collaborazione con la Fondazione Cini e la Fondazione Silvio Tronchetti Provera - è stato il tema della digitalizzazione della vita. Un progetto che non è più «esterno» all’uomo, ma che si incrocia ogni giorno con la sua esistenza. I due mondi, quello reale e quello digitale, da paralleli sono già divenuti convergenti. Conoscenza, socialità e studio delle forme viventi oggi dipendono dal mondo digitale. «Lo sviluppo della biomedicina negli ultimi trent’anni è stato accompagnato da un crescente sguardo sui fenomeni della vita, a partire dal Dna», racconta Testa. «Oggi trattiamo una cellula come un fenomeno digitale.

La studiamo analizzando l’espressione dei singoli geni che la compongono. E partendo dall’elemento base della vita, cerchiamo di salire ai livelli più alti della biologia: i tessuti, gli organi, gli ecosistemi. Un percorso che è divenuto concreto grazie all’introduzione della tecnologia, che ci permette anche di stoccare tutti i dati raccolti e di consultarli da qualunque parte del mondo». Lo sguardo digitale, secondo l'esperto, «rende misurabile il nostro stato di salute a tutti i livelli». Di fatto è come se fossimo in grado di riprodurre la nostra vita in un avatar, più funzionale sul piano dell’indagine e della sperimentazione.

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DAGLI AVATAR LA RISPOSTA ALLE MALATTIE NEURODEGENERATIVE?

Avatar è un vocabolo che risuona come un mantra nella vita di Testa, che per Feltrinelli sta scrivendo un libro dal titolo eloquente: «La digitalizzazione del vivente» (uscita prevista nel 2017). Segno che lo studio delle scienze della vita è ormai cambiato, non è più necessario guardare all’interno di un organismo per capire come si modifichi nel corso della propria esistenza. «I modelli esterni permettono di ricreare un soggetto vivente da studiare, partendo dalle sue cellule e riprogrammandole in laboratorio», attraverso il passaggio da cellule staminali totipotenti, che permettono di produrre qualsiasi cellula del corpo: dunque anche quella che si vuole studiare.

Così, finora, lo scienziato napoletano e i suoi collaboratori sono riusciti a replicare i modelli patologici al bancone e a comprendere i meccanismi alla base di malattie importanti, come l’autismo e la sindrome di Williams, che causa disabilità mentale, pur preservando le capacità linguistiche e di socializzazione. «Il passaggio successivo punta a ottenere con lo stesso metodo strutture più complesse. Creando degli organoidi cerebrali, per esempio, potremmo riprodurre la corteccia per capire come si modifica nelle persone affette dalle diverse demenze».

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TEMPI NECESSARI

Questo aspetto è particolarmente rilevante per le malattie del cervello, per le quali è quasi impossibile lavorare su cellule prelevate direttamente dai pazienti. Per riprogrammare le cellule, oggi non si usano più i virus ma l’mRna, che ha il vantaggio di non entrare nel nucleo delle cellule e di non danneggiare dunque il Dna. Ma su un aspetto, Testa ci tiene a essere quanto più chiaro possibile: «La riprogrammazione cellulare è una frontiera molto promettente, ma serviranno almeno quindici anni per poter tirare le somme». Guai, allora, a fidarsi di chi sostiene di avere a portata di mano risposte semplicistiche a problemi complessi.


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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