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Il dolore dopo un’operazione è ancora sottovalutato

pubblicato il 29-01-2016
aggiornato il 13-11-2017

Appena un paziente su dieci viene trattato adeguatamente, dopo un intervento. Il problema riguarda soprattutto la chirurgia ortopedica, toracica e addominale

Il dolore dopo un’operazione è ancora sottovalutato

Seppur con intensità diverse, ne soffrono tutti i pazienti che finiscono sotto i ferri: per veder impiantarsi una protesi al ginocchio, ricevere l’impianto di un bypass o sottoporsi alla rimozione di un tumore intestinale. Il tema del dolore postoperatorio è delicato da trattare, eppure riguarda quasi tre milioni di italiani che nel 2015 hanno subìto un intervento chirurgico. Se ne parla poco e lo si affronta ancora meno, come si evince da una ricerca pubblicata sulla European Review for Medical and Pharmacological Sciences, con una ricaduta per il paziente (aumentano i disturbi associati a un intervento chirurgico), per la struttura in cui è ricoverato (si allungano i tempi di degenza) e per il sistema sanitario nazionale (crescono i costi legati al singolo paziente).

 

ESISTONO DUE TIPI DI DOLORE

Occorre distinguere due tipi di dolore postoperatorio. Il primo, che è anche il più diffuso, è quello che gli specialisti definiscono acuto “a riposo” e che colpisce il paziente nel letto dell’ospedale, nella sede interessata dall’intervento: un ginocchio (in caso di inserimento di una protesi) come il punto di incisione cutanea attraverso cui eseguire una procedura di chirurgia toracica. In tutti questi casi, a prescindere dall’intervento subìto, «si interviene con la morfina infusa in vena», spiega Guido Fanelli, direttore dell’unità operativa complessa di anestesia e rianimazione e del centro di terapia del dolore dell’azienda ospedaliero-universitaria di Parma.

Un intervento aspecifico, ma che spesso si rivela sufficiente a placare i fastidi del paziente. Ben più difficile, invece, è trattare quello conosciuto come dolore “incidente”. Ovvero la percezione di una sensazione di sofferenza acuta nello stesso momento in cui il dolore di base è già trattato con una terapia analgesica. Per essere più chiari: il fastidio che si percepisce quando si prova a flettere un ginocchio operato nel corso della fisioterapia o la fitta che s’avverte durante un colpo di tosse, se l’intervento ha riguardato il torace o l’addome. È questo il dolore che provoca maggiore sofferenza e che risulta anche più difficile da trattare.

 

UN PAZIENTE SU DIECI VIENE TRATTATO ADEGUATAMENTE

Su quest’ultimo aspetto, nonostante l’accesso alle cure palliative sia previsto gratuitamente dalla legge 38 del 2010, la gestione del dolore post operatorio in Italia risulta al di sotto degli standard europei. L’ultima ricerca s’è basata su due indagini - del 2006 e del 2012 - condotte su un campione rappresentativo di oltre il quaranta per cento degli ospedali pubblici italiani. Solo la metà delle strutture passate in rassegna - con notevoli differenze su base regionale - ha al suo interno attivo un servizio del dolore acuto postoperatorio, ovvero un unità in cui c’è un anestesista deputato a occuparsi soltanto di questo aspetto.

E appena una persona su dieci, emerge dal rapporto, è stata sottoposta a un trattamento rispondente alle linee guida della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (Siaarti) dopo essere stata sottoposta a un intervento chirurgico. «Il problema riguarda soprattutto gli ospedali non universitari, dove l’assenza dei medici specializzandi rende ancora più difficile l’istituzione di una simile struttura - prosegue Fanelli -. Queste unità dovrebbero rientrare nei livelli essenziali di assistenza coperti dallo Stato (LEA), esattamente come accade al parto indolore».

 

SI MUOVE LA RICERCA

Nell’attesa che la politica decida di prestare la dovuta attenzione a un tema così delicato, gli specialisti italiani hanno dato vita a PINHUB, una rete nazionale che unisce tutti i centri che si occupano di terapia del dolore. Obiettivo del network è «superare le differenze regionali nella cura del cittadino con dolore, per garantire una reale applicazione di quella Legge sulla terapia del dolore e la cure palliative che è considerata un’eccellenza a livello europeo», chiosa Fanelli. Il network proverà ad arruolare entro la fine dell’anno cinquemila pazienti italiani sofferenti di mal di schiena, al fine di individuare dei marcatori in grado di permettere la differenziazione tra una forma acuta (episodio singolo) e una cronica (che dura da almeno tre mesi).


@fabioditodaro

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali.


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