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In Europa la resistenza agli antibiotici provoca 33mila morti all'anno

pubblicato il 08-11-2018
aggiornato il 12-11-2018

La stima dell'impatto dell'antibioticoresistenza vede l'Italia e la Grecia in vetta alla graduatoria. La maggior parte delle infezioni fatali si contraggono in ospedale

In Europa la resistenza agli antibiotici provoca 33mila morti all'anno

Tanti quanti l'influenza, l'Aids e la tubercolosi messe assieme. Le infezioni provocate da batteri resistenti agli antibiotici provocano almeno 33mila decessi ogni anno in Europa (pari alla sommatoria dei decessi provocati dalle tre malattie infettive indicate) e quasi 880mila casi di disabilità. Tutto ciò per colpa di quei microrganismi che, nel tempo, hanno imparato a eludere l'azione degli antibiotici. La maggior parte di questi numeri - il triste primato appartiene all'Italia (diecimila) - «matura» negli ospedali e in altri luoghi di assistenza sanitaria: cliniche, case di riposo, Rsa. A dimostrazione di come, nei luoghi in cui si dovrebbe ritrovare la salute, soprattutto le condizioni degli anziani (o comunque delle persone ammalate) sono poste a rischio da questi batteri.


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LA STIMA SU OTTO BATTERI «RESISTENTI»

A scattare la fotografia è uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet Infectious Diseases, coordinato dal Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc), che ha voluto misurare l'impatto dell'antibioticoresisstenza nel Vecchio Continente. I ricercatori si sono concentrati sulle otto specie batteriche isolate nel sangue e nel liquido cerebrospinale con maggiore frequenza: Acinetobacter, gli Enterococcus faecalis e faecium, l'Escherichia Coli e la Klebsiella Pneumoniae resistenti anche alle cefalosporine di terza generazione, la Pseudomonas aeruginosa, lo Stafilococco Aureo e lo Streptococco multiresistenti. Tutti microrganismi in grado di provocare infezioni del tratto urinario, dell'apparato respiratorio, dei siti chirurgici. E, nei casi più gravi, la sepsi, a cui possono essere attribuiti sessantamila decessi annui: soltanto in Italia. Elaborando i dati relativi ai casi di infezione contenuti nell'apposito registro europeo e incrociandoli con un fattore di conversione derivato dall'Ecdc sulla base dei casi di infezione acuta registrati negli ospedali europei tra il 2011 e il 2012, i ricercatori sono arrivati a ottenere la prima stima dell'impatto della resistenza agli antibiotici sulla popolazione del Vecchio Continente. 

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Nel lavoro viene messo nero su bianco quello che in realtà si sospetta già da tempo: a pagare il prezzo più alto di questa nuova emergenza di sanità pubblica sono i bambini e gli anziani. Un problema di non poco conto, «considerando l'invecchiamento della popolazione in corso in tutta l'Europa, che potrebbe acuire questo problema», è il pensiero condiviso dai ricercatori, secondo cui il 75 per cento del carico complessivo di infezioni non trattabili con gli antibiotici si registra nei luoghi di cura. Tra il 2007 e il 2015, tutti i microrganismi hanno fatto sentire il peso crescente del loro onere: in particolare l'Escherichia Coli e la Klebsiella Pneumoniae resistenti ai carbapenemi, molecole di recente scoperta che stanno però (anch'esse) raggiungendo livelli di resistenza preoccupanti. 

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Sfogliando le undici pagine della ricerca, si evince come l'Italia e la Grecia siano i Paesi maggiormente interessati dall'emergenza in tutta l'Europa. Più dei casi conteggiati, secondo i ricercatori, sarebbero stati evitabili. Una considerazione da tenere a mente per il futuro, in modo da poter ridurre l'impatto delle infezioni: soprattutto a livello ospedaliero. Su nove milioni di ricoverati negli ospedali italiani, ogni anno si registrano da 450mila a 700mila casi di infezioni: che colpiscono poco meno di un paziente su dieci tra coloro che sono ricoverati, perlopiù nei reparti di terapia intensiva. Al momento, nel nostro Paese, non esiste un sistema efficiente di rilevazione delle infezioni ospedaliere: più che probabile dunque che ci si trovi di fronte a una sottostima dei casi. 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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