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La storia delle vite salvate con l'acqua

pubblicato il 08-02-2012

Un gesto semplice come lavarsi le mani cambiò il volto della medicina. A capirlo, un medico ungherese che a metà Ottocento osservò le donne che morivano di sepsi. Solo 40 anni dopo la comunità scientifica riconobbe i suoi meriti

La storia delle vite salvate con l'acqua

Un gesto semplice come lavarsi le mani cambiò il volto della medicina. A capirlo, un medico ungherese che a metà Ottocento vedeva le puerpere morire di sepsi. Solo 40 anni dopo la comunità scientifica riconobbe i suoi meriti

Se ha un senso il detto “piccole cause grandi effetti” va subito citato il gesto di lavarsi le mani: può addirittura salvare vite. La propria o altrui. Per convincersene basta scorrere un paio di cifre che Onu e Unicef pubblicizzano sui milioni di morti, specie bambini e specie del Terzo Mondo, “uccisi” ogni anno da mani sporche. Anzi, meglio dire: mani non lavate. Perché lo “sporco”, il microrganismo infettivo può esserci, ma non si vede.

A “vederlo”, per meglio dire a intuirlo, fu un medico ungherese di metà Ottocento che per la sua scoperta subì l’ostracismo brutale dei colleghi. Come per tanti benefattori dell’umanità, la gloria e i riconoscimenti furono postumi.

Dunque, Ignaz Semmelweis lavorava presso un ospedale di Vienna in ostetricia e notò che in un padiglione, gestito da medici, moltissime donne morivano dopo il parto di sepsi o febbre puerperale (l’11% circa) mentre in un altro padiglione, dove ad aiutare le donne a partorire erano solo ostetriche, i decessi erano appena l’1%.

L’osservazione sembrava riflettere un controsenso: era forse più sicuro per una donna farsi seguire da una semplice ostetrica piuttosto che da un dottore? E da dove nasceva questa paradossale differenza?

La risposta venne a Semmelweis dall’autopsia su un uomo, un suo caro amico e collega, morto dopo breve malattia: nel suo corpo trovò le stesse  lesioni che si trovavano nelle salme delle puerpere che i medici dell’ospedale dissezionavano come ricerca e prassi normale. Pochi giorni prima, ricordò Ignaz, il suo amico si era ferito mentre eseguiva proprio un’autopsia su una neo-mamma. Ecco allora che cosa lo aveva ucciso, ed ecco come si era trasferito il contagio: per contatto.

Accadeva, nell’ospedale, che medici e studenti passassero direttamente nelle sale parto dopo aver eseguito autopsie e nessuno pensava di doversi lavare le mani. Ma era proprio così, pensò Semmelweis, con le mani infettate dalle dissezioni eseguite sulle puerpere morte, che gli ignari ginecologi diffondevano il contagio. Ed ecco perché il padiglione condotto dalle ostetriche risultava più salutare.

Per verificare la sua tesi il dottore ungherese dispose che colleghi e studenti si disinfettassero le mani con cloruro di calcio prima di entrare in sala parto. Il calo delle morti per sepsi fu un vero crollo: era il 1847 e in un anno anche il padiglione dei medici ostetrici si attestò sull’1% di decessi.

Questi dati, tuttavia,  non salvarono la sua “rivoluzione”. Offesi per essere in definitiva tacciati da untori, i medici si coalizzarono contro di lui e riuscirono a farlo cacciare ben due volte. Finché approdò in manicomio, dove morì nel 1865.

Naturalmente i colleghi di Semmelweis orgogliosamente e ostentatamente smisero di “abbassarsi” a lavarsi le mani e cambiarsi di camice nel passare da un settore all’altro, incuranti che i decessi tra le puerpere tornassero alti.

Ci vollero quarant’anni  - e  i lavori di Pasteur sulla contaminazione batterica - perché la geniale intuizione di Ignaz Semmelweis venisse accettata e applicata in modo generalizzato. E solo allora, ormai nel 1894, il grande medico poté avere un degno monumento funebre eretto dalla città natale di Budapest.

QUANDO E' RACCOMANDATO LAVARSI LE MANI? - Dopo avere usato un bagno pubblico, diranno in molti. O aver toccato i corrimani di bus e  metrò. Cosa può esserci di più sporcante? Una indagine inglese a questa domanda aveva risposto: la tastiera del bancomat (forse perché vengono mai pulite?). Poco dopo  gli americani dell’Università dell’Arizona hanno spiazzato i cugini britannici e puntato l’indice d’accusa su un insospettabile: il manico del carrello dei supermercati. Sono loro i veri e più insidiosi ricettacoli di germi e batteri. Il gruppo diretto dal professor Charlese Gerba ha “sparato” le cifre della sua ricerca nel marzo 2011. Da allora dobbiamo tutti sapere che, appena tornati dall’aver fatto la spesa, dobbiamo lavarci bene le mani col sapone prima di riporre ogni cibo nel posto giusto, in frigo o in dispensa. Facendo ben attenzione – incalzano gli esperti – a sfregare bene anche tra le dita.

Serena Zoli


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