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Per Malattia di Crohn e colite ulcerosa bisogna giocare d'anticipo

pubblicato il 24-02-2012
aggiornato il 18-01-2017

Anticipare la diagnosi la chiave per evitare che le cosiddette malattie infiammatorie croniche dell'intestino (MICI) condizionino ulteriormente la qualità di vita. Molti pazienti lasciano passare anche 5 anni prima di rivolgersi presso i centri specializzati

Per Malattia di Crohn e colite ulcerosa bisogna giocare d'anticipo

Anticipare la diagnosi è la chiave per evitare che le cosiddette malattie infiammatorie croniche dell’intestino (MICI) condizionino ulteriormente la qualità di vita. Molti pazienti lasciano passare anche 5 anni prima di rivolgersi presso i centri specializzati

I numeri sono impressionanti: a soffrirne in Italia sono circa 200 mila persone, molte delle quali  sono giovani tra i 20 e i 35 anni. Stiamo parlando delle Malattie Infiammatorie Croniche dell'Intestino (MICI), meglio conosciute con il nome di Malattia di Crohn e Rettocolite Ulcerosa. Si tratta di patologie spesso sottovalutate e difficilmente diagnosticabili al di fuori dei centri specializzati. Secondo gli  ultimi dati nel nostro paese si registrano ogni anno più di 6 mila nuove diagnosi.

LE MICI- Sono malattie la cui origine non è ben nota. Queste patologie infiammatorie interessano l’intestino, e si suddividono in due tipologie: Malattia di Crohn e Rettocolite Ulcerosa. Mentre la prima comporta ulcerazioni della mucosa intestinale e può interessare tutti i segmenti intestinali, la seconda colpisce prevalentemente le mucose del colon e/o del retto. Come spiega il dottor Silvio Danese, Responsabile del Centro per la Ricerca e la Cura delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali presso Istituto Humanitas di Rozzano, «I sintomi più frequenti sono rappresentati da diarrea, spesso sanguinolenta, dolore addominale e dimagrimento. Possono essere presenti stati infiammatori che riguardano anche altri distretti, come fegato, occhi ed epidermide. Una MICI può manifestarsi anche con sintomi correlabili alle complicanze: le più frequenti sono le fistole e le stenosi dei tratti intestinali, derivanti sia dall’infiammazione che riduce il calibro intestinale, sia dalla sua guarigione, che determina cicatrici.

DIAGNOSI PRECOCE- Spesso chi soffre di questo disturbo deve assentarsi molte volte dal posto di lavoro per recarsi al bagno. Una qualità di vita decisamente alterata che può portare a un senso di pudore che gli impedisce di parlarne liberamente. Addirittura, secondo gli ultimi dati presentati, una persona può arrivare anche ad aspettare 3 anni prima di rivolgersi allo specialista e ben 5 prima di una diagnosi certa. Ciò impedisce in maniera non indifferente di anticipare la diagnosi condizionando così il percorso terapeutico. Come dichiara Marco Greco, Presidente della European Federation of Crohn's and Ulcerative Colitis Associations e affetto da Malattia di Crohn, «Ho cominciato a soffrire dei sintomi della Malattia di Crohn a 16 anni ma solo a 19 ho ricevuto la diagnosi. Questo ritardo, che ha comportato tre anni con un basso livello di qualità di vita, ha acuito una serie di problemi medici e ha rappresentato una delle molle che mi hanno spinto a impegnarmi per promuovere sempre più la consapevolezza su queste malattie e anticipare così il momento della diagnosi».

QUALI ESAMI?- La diagnosi precoce rappresenta uno strumento di estrema importanza per la futura qualità di vita del malato. «Se la diagnosi è prodotta tempestivamente, all’insorgenza dei sintomi, si riesce ad essere molto veloci nella terapia e ciò consente di evitare che s’instaurino delle complicanze che diventano irreversibili. Gli esami strumentali che permettono una corretta diagnosi delle MICI sono: la colonscopia, accompagnata dall’esame istologico, che definisce il quadro anatomo-patologico delle biopsie intestinali; l'ecografia addominale e dell'intestino con radiografia del tenue, la tac enteroclisi o la risonanza magnetica addominale. A questi accertamenti si aggiungono gli esami ematici (emocromo e indici d’infiammazione) e un'attenta valutazione della storia clinica del paziente» conclude Danese.

Daniele Banfi


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