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Non è vero che dove vige l'ergastolo si commettono meno reati

pubblicato il 13-11-2012
aggiornato il 16-01-2017

Pena di morte e carcere senza fine non sono un deterrente. E molte prigioni diventano luoghi di tortura per le condizioni inumane in cui vengono lasciati i detenuti. E allora la rieducazione e la riabilitazione rimangono lettera morta

Non è vero che dove vige l'ergastolo si commettono meno reati

Pena di morte e carcere senza fine non sono un deterrente. E molte prigioni diventano luoghi di tortura per le condizioni inumane in cui vengono lasciati i detenuti. E allora la rieducazione e la riabilitazione  rimangono lettera morta

Davide Galliani, che parteciperà alla tavola rotonda “Pena di morte ed ergastolo nel mondo”, insegna alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Milano, come ricercatore e docente di diritto pubblico e di diritto dei beni culturali. Ha pubblicato diversi libri, tra cui il più recente è “La più politica delle pene. La pena di morte”. (Cittadella Editrice, maggio 2012)  

A Galliani piace insegnare come faceva Socrate, stimolando gli studenti a ragionare. Nel 2009, annunciava un suo corso serale con queste parole:

“Per frequentare il corso sono richieste due condizioni: la voglia di frequentare, visto che nessuna Università al mondo è obbligatoria e di conseguenza nessun corso universitario al mondo è obbligatorio e la curiosità, nel senso di sensibilità nel cercare di comprendere meglio le cose che accadono nel nostro Paese, in altri e nel mondo. Non c’è avvenimento quotidiano che non possa essere compreso attraverso gli occhiali del diritto pubblico: il problema dell’immigrazione, il problema dell’Università, la crisi finanziaria, la questione dell’uso dei decreti legge da parte del Governo, persino i fatti di cronaca sono importanti per capire come il sistema nel suo complesso evolve. Sarà quindi questo lo scopo principale del corso: dare gli strumenti affinché si possano meglio comprendere gli avvenimenti che quotidianamente accadono rispetto alla vita di ogni singola persona: un compito assolutamente complesso ma straordinariamente affascinante.”

Citava poi due aforismi di Eraclito:  “Chi non cerca l’impossibile non è atto alla ricerca” e “Sapere tante cose non insegna ad avere intelligenza.” Sceglieva infine il metodo interattivo on line con i suoi studenti, invitandoli a cliccare su una serie di argomenti, per ragionarci sopra.

Professor Galliani, in Italia e nell’Unione Europea la pena di morte è un problema superato?

La pena di morte è un problema anche là dove non esiste più. Pensiamo per esempio quando si deve procedere a un’espulsione. Nel nostro codice penale la pena di morte è abolita , e  La Corte Costituzionale ha più di una volta detto che è incostituzionale l’estradizione di una persona verso un Paese dove c’è la pena di morte, e lo è anche il transito attraverso un Paese con la stessa situazione. Prendiamo anche il caso delle cosiddette guerre umanitarie. Senza aprire il capitolo della loro legittimità, può darsi il caso che militari italiani impegnati in Afghanistan o in Iraq arrestino, perché presunti terroristi, persone che poi devono consegnare alle autorità locali. Possono farlo? In quei Paesi la pena di morte c’è.

Che significato ha che la pena di morte sia ormai cancellata in tutta l’Unione Europea?

Il significato di una fortissima evoluzione. Al momento della costituzione dell’Unione Europea, gli Stati fondatori non si erano obbligati a vietare la pena di morte. L’Italia l’ha abolita nel 1947, ma l’ha tolta dal codice militare di guerra solo poco tempo fa, nel 2007. Inghilterra e Francia l’avevano. E la Francia l’ha eliminata soltanto nel 1981,  per opera del presidente François Mitterrand e del ministro della Giustizia Robert Badinter. Fu un’azione di politici coraggiosi, che abolirono la pena di morte nonostante una forte contrarietà dell’opinione pubblica. Adesso l’Europa richiede a chi vuole entrarne a far parte di abolire la pena di morte.

E in quanto all’ergastolo?

Non ci sono ancora risoluzioni vincolanti, ma inizia già ad aversi una giurisprudenza europea che dichiara contrarie alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo le condizioni in cui sono mantenute le persone in carcere con l’ergastolo. In Italia la Consulta non l’ha ancora dichiarato incostituzionale anche se una situazione di fine pena mai contrasta con la funzione rieducativa della pena.

E allora, perché non viene abolito?

A causa di un ragionamento molto ambiguo. Poiché esiste la possibilità, con la libertà condizionale, di non scontare l’ergastolo sin alla fine, si dice che l’ergastolo non esiste più. Esiste sulla carta, per così dire. Perciò, non durando per sempre, può essere rieducativo. Di conseguenza, non è incostituzionale. Una decisione è stata demandata al Parlamento, si è arrivati vicino all’abolizione con il governo Prodi, poi non se n’è fatto niente. Però la colpa non è della Corte Costituzionale, la colpa è dei politici, che non hanno il coraggio di andare contro la maggioranza della popolazione, fortemente contraria.

Ma le carceri sono rieducative?

Pensiamo a un solo dato. Ogni detenuto ha a disposizione 3 metri quadri, mentre il Comitato Europeo contro la tortura prevede un minimo – un minimo – di 7 metri quadri. Noi e i Paesi come noi stiamo torturando i detenuti. Adesso iniziano ad aversi delle sentenze, da parte della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, di risarcimento per i condannati trattati così. Detenuti che fisicamente, ancor prima che psichicamente, non riescono a sopportare queste condizioni. Detenuti che si suicidano, soprattutto nei primi tempi di detenzione. Per gli abusi sessuali, per le condizioni inumane di vita. E’ facile dire che quella persona ha commesso un reato, e che è giusto sbatterla in galera. Ma questa è tortura. Prima di pensare a fare nuove carceri, bisogna diminuire il numero di cose che vengono considerate reato. Per esempio, oggi la metà dei carcerati è fatta di persone che sono in prigione per la legge Giovanardi-Fini sugli stupefacenti.

La pena, che si tratti di morte o di ergastolo, ha un effetto deterrente?

Assolutamente no. Prendiamo gli Stati Uniti, dove in tutti i 20 Stati con il più alto tasso di omicidi esiste la pena di morte.  Non è vero che dove ci sono pena di morte ed ergastolo si commettono meno reati. Qui viene avanti un problema fondamentale: quello della funzione della pena. C’è una funzione “deterrente” (che però non dissuade dai reati) e una funzione “retributiva”.

Di che si tratta?

Della visione che considera la pena come un risarcimento verso la società. A questa visione si è aggiunta negli ultimi anni una visione “neo-retributiva”, che intende risarcire il dolore dei parenti della vittima. E’ una tendenza che si è affermata negli Stati Uniti, e che va estendendosi a tutto il mondo. Oggi negli Stati Uniti uno dei motivi per cui si mantiene la pena di morte è che “retribuisce” i parenti delle vittime. E’ una visione radicalmente sbagliata, da scartare. Negli anni Ottanta la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dichiarato incostituzionali le testimonianze dei parenti delle vittime (dicendo che non avevano nessuna ragione d’essere, nel processo), poi le ha riammesse, con la motivazione che il parente della vittima fa capire alla giurìa la gravità della perdita.  Il dolore è soggettivo, dicono i medici e il buonsenso. Allora, che cos’è che decide la pena? La legge oppure le lacrime del parente ?Un parente può controllare il dolore, un altro no. E allora, che cosa decide la pena? Ho sentito con le mie orecchie che cosa ha risposto il  procuratore che sosteneva l’accusa (nel recente caso della strage nel cinema alla prima di Batman) alla domanda “Chiederete la pena di morte?” Ha detto: “Probabilmente sì. Ci consulteremo coi parenti”. La legge scompare, avanza una cultura delle emozioni. Non è una bella evoluzione.

Da noi può succedere?

Direi di no. Da una parte non c’è la giurìa, se non in Corte d’assise. E poi, in ogni caso, c’è il ruolo del giudice. Che è parte terza, sempre. Rispetto all’accusa e anche rispetto alle emozioni del processo.

Antonella Cremonese


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