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Cardiologia

Ictus: prevenirlo con la diagnosi precoce di fibrillazione atriale

pubblicato il 05-12-2017
aggiornato il 05-02-2018

Oggi dopo un ictus si vive sempre di più. Ma il numero di casi potrebbe diminuire enormemente con un'attenta prevenzione. Prima fra tutte l'individuazione della fibrillazione atriale e una maggior aderenza alle terapie antipertensive

Ictus: prevenirlo con la diagnosi precoce di fibrillazione atriale

Oggi da un ictus si sopravvive sempre di più. In Italia sono oltre 900 mila le persone che sono riuscite a superarlo. Il merito -oltre alle terapie farmacologiche- è dell'avvento degli interventi di chirurgia endovascolare, vera e propria rivoluzione degli ultimi anni. Per evitarlo però molto può fare la prevenzione. Tra i tanti accorgimenti da tenere presente -eliminazione del fumo in primis- due possono fare davvero la differenza: la diagnosi precoce e il conseguente trattamento della fibrillazione atriale e una maggiore aderenza alle terapie anti-ipertensive. E' questo uno dei messaggi lanciati al congresso della SIMG, la Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, riunitasi in questi giorni a Firenze per l'annuale congresso nazionale.

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L’ictus è un’ostruzione a livello cerebrale delle arterie che garantiscono il corretto flusso di sangue. Quando ciò accade le aree a valle del blocco non possono essere sufficientemente irrorate e con il passare del tempo vanno incontro a morte cellulare. L'intervento principale per risolvere la situazione consiste nello "sciogliere" farmacologicamente il blocco o nella sua rimozione tramite intervento endovascolare. «Grazie a questi due approcci sempre più precisi -spiega Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e presidentessa della European Stroke Organization- la mortalità dal 1990 al 2013 si è ridotta del 25-30%».

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Nonostante il successo nel calo della mortalità ciò che rimane ancora da migliorare notevolmente è la qualità di vita dopo un ictus. Il vero problema è il fattore tempo: prima si interviene e minori saranno i danni ma ciò non è sempre possibile per via della scarsa organizzazione sul territorio delle stroke unit. Quando non si agisce tempestivamente la persona se sopravvive andrà incontro a notevoli problemi. Dei 900 mila italiani che oggi hanno superato un primo ictus un terzo presenta un grado di invalidità medio-grave. 

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Il vero obiettivo però rimane non arrivare all'ictus. Per fare ciò la prevenzione riveste un ruolo fondamentale. Ai più conosciuti fattori di rischio come l’ipertensione, l’obesità, il fumo, l’ipercolesterolemia, il diabete e molto altro, la fibrillazione atriale ne rappresenta uno dei principali. Nella fibrillazione atriale -spiega la Caso- il cuore battendo in maniera irregolare non riesce a pompare adeguatamente il sangue che tende così a ristagnare nell’atrio formando dei pericolosi coaguli che, distaccandosi, possono raggiungere ed occludere i vasi cerebrali. Secondo le statistiche questo disturbo del ritmo è causa di circa il 20% dei casi di ictus». 

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La vera sfida dunque è individuare e trattare precocemente chi soffre di fibrillazione atriale. Una sfida in quanto un terzo dei casi è in forma silente, ovvero non viene percepita dall'individuo. In questo caso il ruolo del medico di famiglia è fondamentale: nel corso di una visita di routine è possibile fare diagnosi attraverso la valutazione della regolarità del polso, soprattutto nelle persone a maggior rischio. Non solo, un momento fondamentale per l’identificazione della fibrillazione atriale asintomatica è costituito dalla misurazione della pressione arteriosa. «Intercettare e curare chi ha una fibrillazione atriale -spiega Damiano Parretti, Responsabile Nazionale SIMG della Macroarea "cronicità"- significa evitare un ictus su 30».

FONDAMENTALE LA CURA DELL'IPERTENSIONE

Ma c'è di più. Per ridurre ulteriormente la quota di persone che andranno incontro ad ictus -e ad infarto- di fondamentale importanza è l'aderenza alle terapie anti-ipertensive. «La pressione alta, non è una novità, è un fattore di rischio importante per gli eventi vascolari. I nostri dati ci dicono però che circa il 40% dei soggetti ipertesi segue in maniera discontinua le terapie. Un atteggiamento pericoloso che contribuisce in maniera importante nel numero di casi di ictus» conclude Parretti. 

 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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