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Cardiologia
Daniele Banfi

Ictus: prima causa di disabilità. Fondamentale il fattore tempo

pubblicato il 29-10-2021

I trattamenti ci sono ma devono essere più precoci possibili. Poche le risorse investite in riabilitazione. Questi i messaggi chiave della Giornata Mondiale dedicata all'ictus

Ictus: prima causa di disabilità. Fondamentale il fattore tempo

Nel trattamento dell'ictus prima si interviene e maggiori sono le probabilità di recupero completo. Ma questo "incidente" vascolare, pur essendo curato con sempre più successo, rappresenta la prima causa di disabilità. I progressi ottenuti nel trattamento acuto dello stroke non si possono dire tali quando si tratta di riabilitazione. Mancano percorsi chiari e omogenei su tutto il territorio nazionale. Sono questi i messaggi che emergono dalla Giornata Mondiale dedicata alla patologia che si celebra oggi, venerdì 29 ottobre 2021.

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CHE COSA SONO GLI ICTUS?

L'ictus ischemico, in gergo tecnico lo "stroke", si verifica quando le arterie che garantiscono il corretto flusso di sangue al cervello sono ostruite per la presenza di un coagulo. Come per l’infarto del miocardio, dove sono le coronarie ad essere ostruite, le aree a valle del blocco che non possono essere sufficientemente irrorate vanno incontro a morte. Rimuovere il coagulo è fondamentale per evitare danni e, nei casi più gravi, il decesso del paziente.

Nel nostro Paese lo stroke rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e tumori. Si calcola che siano circa 150 mila gli italiani che vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. Ad oggi sono circa un milione i pazienti sopravvissuti e che convivono con problemi di disabilità più o meno marcata. Il fenomeno è però in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

L'ictus si può curare sempre più efficacemente grazie alla chirurgia endovascolare

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COME SI INTERVIENE?

Le strategie di intervento per lo stroke sono essenzialmente due: se l'ictus è causato da un coagulo di piccole dimensioni la somministrazione di molecole in grado di sciogliere il trombo (fibrinolisi) è sufficiente a ristabilire il corretto flusso di sangue. Quando invece l'ostruzione riguarda i grandi vasi allora si rende necessario un intervento endovascolare noto con il nome di trombectomia meccanica. In quest'ultimo caso, attraverso l'ausilio di un catetere, si procede alla rimozione meccanica del coagulo.

Rimuovere il coagulo il prima possibile è di fondamentale importanza. «L’ictus è una patologia tempo-dipendente –afferma il professor Mauro Silvestrini, Presidente dell'Italian Stroke Association (ISA) e Responsabile della Clinica Neurologica Ospedali Riuniti di Ancona. I risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alle terapie disponibili sono strettamente legati, infatti, alla precocità con cui si interviene. È dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare il 112 per poter arrivare in tempi rapidi in Ospedale. In questo modo si può pensare di ridurre non solo il rischio di mortalità, ma anche di evitare ictus particolarmente gravi, cercando di limitare danni futuri e soprattutto le conseguenze di disabilità, molto spesso invalidanti, causati da questa malattia». Ed è proprio sul fattore tempo che A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha lanciato la campagna informativa "Minutes can save lives",  minuti possono salvare vite umane, perché quando si tratta di ictus ogni perdita di tempo può causare problemi.

SINTOMI E FATTORI DI RISCHIO

Debolezza da un lato del corpo, bocca storta, difficoltà a parlare o comprendere (afasia), muovere con minor forza un braccio, una gamba o entrambi, vista sdoppiata o campo visivo ridotto, mal di testa violento e improvviso, insorgenza di uno stato confusionale, non riuscire a coordinare i movimenti né stare in equilibrio: questi sintomi, tutti o in parte, indicano che potrebbe trattarsi di ictus cerebrale. La prevenzione, in questo caso, è l'arma vincente: ben l'80% di tutti gli episodi potrebbe essere evitato, partendo proprio dalla individuazione delle condizioni sulle quali si può intervenire. Ipertensione, fumo e fibrillazione atriale sono importanti fattori di rischio. Eliminarli oggi è possibile.

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LE COMPLICANZE POST-ICTUS

Ma se grazie ai progressi in campo terapeutico l'ictus è trattato con efficacia, uno dei temi su cui c'è ancora molto da lavorare è la riabilitazione post-ictus. «Quello del post ictus è un tema trascurato, tanto nella pratica clinica che nella comunicazione -afferma il professor Mauro Silvestrini, presidente di ISA-AII (Italian Stroke Association-Associazione Italiana Ictus)–, entrambe centrate sui trattamenti fisioterapici e del dolore. Tuttavia, la spasticità è presente in circa il 19% dei casi 3 mesi dopo l’attacco e dal 17% al 38% ad un anno dall’evento acuto, ma solo pochi pazienti hanno accesso a trattamenti specifici. Si apre dunque un’ampia area di intervento su riabilitazione e qualità di vita, anche in relazione all’efficacia dei miorilassanti ad azione periferica e della tossina botulinica, considerata quella più efficace per la spasticità di tipo focale». 

PERCORSO AD OSTACOLI

I trattamenti dunque ci sono ma spesso l'erogazione e il coinvolgimento di figure specifiche è un percorso ad ostacoli. Sono ancora poche le Regioni che si sono organizzate secondo un percorso definito. «Il post ictus è una fase estremamente delicata –spiega il professor Danilo Toni, past president di ISA-AII– ma che risulta ancora oggi trascurata. Merita invece una seria attenzione perché le possibilità di ripresa sono evidenti e non trascurabili. I pazienti che vivono dopo un ictus presentano esiti più o meno invalidanti del danno cerebrale. Per molti di loro ricevere una corretta informazione in fase riabilitativa può cambiare la situazione clinica». Gli fa eco Nicoletta Reale, past president di A.L.I.Ce. Italia ODV: «Quello della riabilitazione è uno dei problemi più rilevanti. È complesso e difficile, perché il paziente e soprattutto i famigliari e i caregiver cercano percorsi clinici che possano favorire una ripresa che, se ben pilotata, può dare risultati importanti. Troppo spesso, però, non si trovano percorsi codificati e presenti in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale, con migliaia di malati abbandonati quasi a loro stessi».

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Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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