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Covid-19: dosare PTX3 per capire l'evoluzione della malattia

pubblicato il 20-11-2020

Elevate quantità di PTX3 sembrerebbero associate ad un'evoluzione di Covid-19 verso forme più gravi. Valutarne i livelli potrebbe essere utile per capire come e quando intervenire

Covid-19: dosare PTX3 per capire l'evoluzione della malattia

Valutare i valori di PTX3 nei pazienti Covid-19 potrebbe essere la chiave per prevedere l'evoluzione della malattia e per capire quando somministrare determinate cure. E' questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge da uno studio tutto italiano, pubblicato dalla rivista Nature Immunology, realizzato dai ricercatori dell'Istituto Humanitas di Rozzano in collaborazione con l'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

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LA COMPONENTE GENETICA

Perché alcune persone sviluppano forme di Covid-19 più severe di altre persone apparentemente uguali? La scienza sino ad oggi non è riuscita ancora a spiegare in toto questo fenomeno. In un recente studio è stato ipotizzato che una scarsa capacità di produzione di interferone -dovuta alla presenza di mutazioni genetiche o produzione di auto-anticorpi contro la molecola- possa essere correlata a forme di Covid-19 più severe. 

Accanto a questa spiegazione -che giustificherebbe circa il 15% delle forme più gravi- oggi si aggiunge il ruolo di PTX3, una molecola che come l'interferone è importante nella risposta immunitaria. "Nello studio effettuato -spiega il professor Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas- abbiamo rilevato che nei pazienti Covid-19 questa molecola è presente a livelli alti nel sangue circolante, nei polmoni, nelle cellule della prima linea di difesa e nelle cellule che rivestono la superficie interna dei vasi sanguigni. Informazioni importanti dal momento che i pazienti malati di Covid-19 presentano una fortissima infiammazione che porta a trombosi del microcircolo polmonare a livello delle cellule endoteliali".

PTX3 PER PREVEDERE L'EVOLUZIONE DI COVID-19

Non solo, le analisi -condotte separatamente su 96 pazienti in Humanitas, 54 al Papa Giovanni XXIII e che ha visto l'incrocio dei dati con quelli provenienti da pazienti residenti in Israele e Stati Uniti- hanno mostrato come sembrerebbe esserci un legame tra quantità di PTX3 e gravità della malattia. PTX3 dunque potrebbe diventare un importante valore da quantificare per predire l'evoluzione della malattia.

"Questi dati -spiega il professor Alessandro Rambaldi, direttore dell’Unità di Ematologia e del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo- confermano la centralità del danno endoteliale nella patogenesi delle manifestazioni più gravi osservate nei pazienti Covid. I livelli circolanti di PTX3, misurati nel sangue, serviranno a guidare la valutazione della risposta ai trattamenti di questi pazienti. La validazione dei risultati ottenuta in due coorti indipendenti di pazienti sottolinea la robustezza e la riproducibilità di questa osservazione e l’importanza di poter utilizzare materiale biologico opportunamente conservato al momento del ricovero di questi pazienti".

ORIENTARE LE CURE

Prossimo passo sarà ora quello di verificare ulteriormente i dati e validare la metodica -in sé il dosaggio avviene con un semplice esame del sangue- per poter offrire ai clinici uno strumento per comprendere l'evoluzione della malattia. "Ci auguriamo che questo strumento possa aiutare i clinici a valutare tempestivamente la gravità della malattia e curare sempre meglio i malati" conclude Mantovani.

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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