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Daniele Banfi

MBL: un "antenato" degli anticorpi che protegge contro Covid-19

pubblicato il 01-02-2022


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Alla base dello sviluppo di forme più o meno severe di Covid-19 ci sono differenze nella risposta "innata" al virus. MBL è un fattore in grado di mitigare l'effetto di Sars-Cov-2

MBL: un "antenato" degli anticorpi che protegge contro Covid-19

Perché alcune persone apparentemente sane sviluppano forme gravi di Covid-19? Da tempo la ricerca sta indagando come il nostro corpo -e in particolare il sistema immunitario- sia in grado di reagire all'incontro con il virus. Uno studio coordinato dall'Istituto Clinico Humanitas in collaborazione con l'Ospedale San Raffaele di Milano ed altri istituti internazionali, ha scoperto che la produzione della molecola MBL (Mannose Binding Lectin) da parte del nostro sistema immunitario è in grado di legare e neutralizzare la proteina spike del coronavirus. Ecco perché una sua ridotta produzione potrebbe essere una delle cause di malattia severa. I risultati, fondamentali per la comprensione dell'evoluzione della malattia, sono stati pubblicati dalla rivista Nature Immunology.

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LA DIFESA INNATA

Ogni volta che entriamo in contatto con virus e batteri il nostro sistema immunitario risponde innanzitutto con una difesa "innata". Attraverso di essa il corpo risolve il 90% dei problemi causati dal contatto con gli agenti patogeni. Essa però è totalmente aspecifica, ovvero non discrimina il tipo di "invasore" che si ha di fronte. L'immunità innata precede e si accompagna all'immunità adattativa, la linea di difesa più specifica, costituita dalla produzione di anticorpi e cellule T in grado di riconoscere ed eliminare in maniera specifica l'agente infettivo incontrato. 

GLI ANTENATI DEGLI ANTICORPI

Alla base dell'immunità innata c'è la produzione di particolari proteine dette del "complemento" che servono a rispondere in maniera rudimentale alle infezioni. Una sorta di "antenati" degli anticorpi che negli ultimi anni sono stati caratterizzati con maggior precisione. «Concentrandoci sull’interazione tra questi e Sars-CoV-2 -spiega Alberto Mantovani, direttore scientifico di Humanitas- abbiamo scoperto che una di tali molecole dell’immunità innata, chiamata Mannose Binding Lectin (MBL), si lega alla proteina spike del virus e lo blocca». Ma c'è di più perchè questa azione di blocco, secondo quanto pubblicato nello studio, vale per tutte le varianti del virus emerse sino ad oggi, Omicron inclusa.

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PREVEDERE L'EVOLUZIONE DELLA MALATTIA

Ciò che però risulta particolarmente interessante dello studio è l'incrocio dei dati sulla severità della malattia in relazione alle caratteristiche genetiche che portano a produrre MBL. «Dai dati è risultato che variazioni genetiche di MBL sono associate a gravità di malattia da Covid-19» spiega Cecilia Garlanda di Humanitas. Una caratteristica, quella dei livelli di MBL, che se fosse confermata potrebbe essere sfruttata per orientare le scelte dei medici di fronte a manifestazioni così diverse e mutevoli della malattia.

POSSIBILI NUOVE ARMI TERAPEUTICHE?

I ricercatori, inoltre, stanno valutando se MBL può essere un candidato agente preventivo/terapeutico dal momento che è una molecola funzionalmente simile a un anticorpo, cui le varianti del virus, almeno quelle note, non possono sfuggire. «Nella nostra valutazione di potenziali farmaci anti-Sars-Cov-2 -spiega la Elisa Vicenzi dell'Ospedale San Raffaele- MBL dimostra un'importante attività antivirale che potrebbe essere un'arma in più contro le varianti in circolazione, inclusa Omicron».

L'IMPORTANZA DELLA VACCINAZIONE

Al momento non ci sono dati sull’interazione tra questo meccanismo protettivo della prima linea di difesa e la risposta immunitaria indotta dai vaccini. «Ad oggi sappiamo che questo meccanismo di resistenza innata "vede" anche Omicron e quindi probabilmente contribuisce al fatto che, per quanto questa variante sia riconosciuta in forma minore dagli anticorpi, la prima linea di difesa regge. Ciò non toglie quanto invece già sappiamo grazie ai dati: i vaccini danno una protezione significativa e fondamentale e restano la nostra cintura di sicurezza» conclude Mantovani.

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LA GENETICA ALLA BASE DELLE FORME GRAVI NON SPIEGABILI

Un risultato importante, quello ottenuto dai ricercatori italiani, che si aggiunge a quanto scoperto la scorsa estate (due studi pubblicati dalla rivista Science) circa la gravità della malattia in alcuni soggetti apparentemente sani. Circa il 15% delle forme gravi di Covid-19 sarebbe dovuta ad una predisposizione genetica. Sul banco degli imputati nello sviluppo delle forme più gravi di Covid-19 sembrerebbe essereci l'interferone-1 (almeno nel 15% dei casi), una molecola prodotta dalle cellule che ci difendono e necessaria a guidare la risposta del sistema immunitario. Nel primo studio gli scienziati, analizzando i tessuti provenienti da oltre 900 persone con forme gravi di Covid-19, hanno scoperto che nel 10% dei casi erano presenti auto-anticorpi contro l'interferone. Anticorpi in grado probabilmente di influenzare negativamente la risposta contro il virus. Nel secondo studio invece gli scienziati hanno scoperto che un ulteriore 3,5% di pazienti con forme gravi di Covid-19 presentavano mutazioni genetiche capaci di influenzare la corretta produzione dell'interferone-1. Un risultato perfettamente in linea con il primo studio. 

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Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


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