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Fumo

Fumo da sigaretta e bronchiti croniche intaccano il cervello

pubblicato il 19-06-2014
aggiornato il 01-06-2017

Responsabili di un deficit cognitivo potrebbero essere la broncopneumapatia, la bronchite cronica e danni da fumo asintomatici. Lo dimostra un ampio studio italiano

Fumo da sigaretta e bronchiti croniche intaccano il cervello

Uno studio italiano condotto presso il Centro Nazionale Studi di Farmacoeconomia e Farmacoepidemiologia Respiratoria (CESFAR) di Verona attesterebbe una correlazione tra alcune malattie croniche, in particolare la broncopneumopatia cronica ostruttiva, e un deficit cognitivo. Presentato in occasione del Respiration Day, celebratosi lo scorso 30 maggio, la ricerca sarà pubblicata a breve sull’International Journal of Chronic Obstructive Pulmonary Disease.

 

LO STUDIO

Oltre 400 pazienti, fra i 40 e gli oltre 80 anni, con il fiato corto a causa di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), bronchite cronica o di una indefessa abitudine al fumo senza sintomi apparenti: è questa la popolazione, monitorata per 24 mesi, e ‘misurati’ per indice di massa corporea, abitudine al vizietto, volume respiratorio, pressione arteriosa ma anche con alcuni test psicometrici utili a valutare memoria, attenzione, rappresentazione simbolica, orientamento temporo-spaziale e capacità di calcolo.

Il raffronto fra i vari parametri avrebbe consentito di giungere a conclusioni e ‘effetti collaterali’ poco confortanti: un deficit cognitivo, correlato alle tre specifiche malattie delle vie aeree, ingravescente in relazione alla causa del disturbo respiratorio. «Il calo dell’attività e prontezza cerebrale – spiega il professor Dal Negro, Direttore Scientifico del CESFAR e a capo dello studio – è risultato maggiore (45% dei casi) nella BPCO, seguito in misura minore dalla bronchite cronica (30%).

Ma un deficit cognitivo è stato osservato già nel 2% di fumatori asintomatici». Oltre alla gravità della malattia a influenzare il deficit cognitivo è anche l’età: «Questo progredisce con l’avanzare degli anni – continua il medico – e il mantenimento di alcune abitudini. Ad esempio un ottantenne fumatore potrebbe avere facoltà più compromesse di un ottantenne sano o un 50enne con avere un deficit più importante di un ultrasettantenne sano».

LE RIPERCUSSIONI

E questo è un grosso problema anche per l’auto-cura. «Il deficit cognitivo – continua ancora Del Negro - riduce anche l’aderenza al piano terapeutico e quindi l’efficacia del trattamento». Strategie da adottare? Innanzitutto misure preventive, disincentivando l’abitudine al fumo, facendo leva sui benefici ‘mentali’ oltre che di salute generale, e poi in caso di insorgenza delle patologie respiratorie a rischio «conoscendo preventivamente le difficoltà e i limiti del paziente – conclude – pianificare strategie di intervento che tengano conto delle effettive potenzialità cognitive della singola persona».


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