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All’attacco della cellula staminale della leucemia mieloide cronica

pubblicato il 11-05-2015
aggiornato il 14-03-2017

Sono poche e difficili da identificare, ma sono alla base delle ricadute dopo la sospensione delle terapie: studiare le cellule staminale leucemiche è ciò che fa a Bologna Manuela Mancini

All’attacco della cellula staminale della leucemia mieloide cronica

Manuela Mancini, 36 anni, è una dei 179 scienziati vincitori da una borsa di ricerca Fondazione Veronesi per il 2015. In particolare, la borsa di Manuela è sostenuta dalla Delegazione di Bologna, impegnata a supportare il lavoro di validi scienziati che operano nel capoluogo emiliano.

Manuela è siciliana, ma bolognese di adozione: è infatti nella Vecchia Signora che Manuela si è laureata in Biotecnologie Mediche e ha poi conseguito un dottorato di ricerca in Biotecnologie Cellulari e Molecolari. Manuela è attualmente ricercatrice post-dottorato nel laboratorio di Biologia Molecolare diretto da Giovanni Martinelli presso l’Istituto di Ematologia Seràgnoli.

Manuela continua a lavorare sulla stessa linea di ricerca che ha sviluppato anche durante la Specializzazione in Biochimica Clinica: identificare ed eliminare le cellule staminali leucemiche come nuova strategia di cura della leucemia mieloide cronica. 

 

Manuela, cosa sono le cellule staminali e perché sono così importanti nello sviluppo della malattia?

«La cellula staminale leucemica è il vero nemico del paziente. Ormai è appurato che non tutte le cellule di un tumore sono uguali: le vere responsabili della crescita e della disseminazione metastatica sono solo alcune, chiamate staminali del cancro.

La sfida dell’oncologia del futuro è trovare il modo di colpire ed eliminare le cellule staminali, per dare davvero una speranza di guarigione e non solo di controllo della malattia». 

In cosa consiste, nei dettagli, il tuo progetto di ricerca?

«L’obiettivo è identificare i meccanismi di sopravvivenza della cellula staminale leucemica per poterla eliminare. Attualmente i pazienti vengono curati gli inibitori delle proteine tirosin chinasi, che hanno portato a miglioramenti senza precedenti nella terapia della leucemia mieloide cronica.

Tuttavia, la cellula staminale leucemica è in grado di sopravvivere, costituendo un pericoloso serbatoio di cellule pronte a rigenerare la malattia, come una bomba ad orologeria,  in caso di interruzione della terapia.

Dobbiamo capire i meccanismi di resistenza della cellula staminale per sviluppare strategie terapeutiche più efficaci. In particolare studio la proteina FOXM1, più abbondante e più attiva nelle cellule staminali e che potrebbe conferire un vantaggio proliferativo». 

 

Quali sono le possibili applicazioni in clinica?

«Sviluppare nuove terapie contro le cellule staminali leucemiche avrebbe due indiscussi vantaggi: migliorare la qualità di vita del paziente che non sarà più destinato ad una terapia a vita, ma limitata nel tempo, e ridurre i costi di una terapia cronica con inibitori tirosin chinasici per il Sistema Sanitario Nazionale». 

 

Qual è la tua giornata-tipo?

«Da cinque anni ormai non sono più solo una ricercatrice ma anche una mamma, con due splendidi bambini, Samuele e Arianna, da accompagnare nella crescita. Arrivo in laboratorio alle 9:00, e mi metto subito al lavoro: bancone, computer e analisi dei risultati.

Le 17:30 arrivano in fretta e mi ritrovo a scappare per recuperare i bimbi a scuola. Mi piacerebbe poter dedicare al lavoro molto più tempo, ma ciò che mi rassicura è l’entusiasmo che continuo a provare e la voglia di continuare a crescere». 

 

È difficile conciliare la ricerca e gli impegni di mamma?

«Dopo la nascita dei miei bimbi ho acquisito una nuova consapevolezza del lavoro nella mia vita: farmi sentire una persona capace di svolgere un servizio per la società che non sia solo quello di una mamma. I momenti di dubbio e di frustrazione ci sono, come per tutte le mamme lavoratrici.

Poi però mi accorgo che Samuele, il mio figlio maggiore, parla con i suoi amici e con le sue maestre di me con molto orgoglio. Mi gratifica moltissimo pensare che mio figlio sia orgoglioso di me, ha cinque anni ed adora venire in laboratorio, guardare le “celluline bianche” al microscopio e fare tutte le magie che solo la mamma sa fare». 

 

Anche prima di diventare mamma, la tua vita non era solo laboratorio, ma eri fortemente impegnata nel volontariato: puoi raccontarci qualcosa?

«Dal primo anno di Università ho operato come volontaria dell’associazione VAI (Volontari Assistenza Infermi) dell’Ospedale S.Orsola-Malpighi di Bologna, che si occupa fare compagnia ai malati durante le lungo degenze.

Dopo la laurea son diventata volontaria AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie i linfomi ed il mieloma) e alla fine del dottorato sono andata in Africa con l’associazione L’Albero di Cirene.

Tornata in Italia ho fatto per due anni la volontaria per il recupero delle ragazze di strada e poi…mi sono sposata. Ora la mia vita è piena dei miei bimbi e sono felice così. Ciò che spero è di riuscire a trasmettere loro tutto ciò che ho imparato». 

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Ho respirato la cultura scientifica fin dalla mia nascita: i miei genitori sono insegnanti di Biologia e Chimica e di Matematica. Avevo 16 anni quando ho deciso di studiare le leucemie. Un giovanissimo membro della mia famiglia è morto di leucemia; tutta la famiglia si mobilitò tra assistenza domiciliare e trasfusioni, ed io ero impotente di fronte a questo dramma». 

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«A fare ricerca come e più di oggi». 

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Futuro, come l’alba di un nuovo giorno». 

 

Una persone che ti ha ispirato nella tua vita

«Più che una persona, si tratta di una poesia: “Se” di Rudyard Kipling. L’ho letta per la prima volta a 14 anni e me ne sono innamorata! Credo sia ricchissima di valori positivi da cui ognuno di noi potrebbe imparare a qualsiasi età. In particolare, tra i versi che più mi piacciono vi è il finale: Se saprai riempire ogni inesorabile minuto, Dando valore ad ognuno dei sessanta secondi, Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa, E -quel che più conta - sarai un Uomo, figlio mio!». 

 

Se dovessi indicare due filoni della ricerca biomedica in cui maggiormente investire nei prossimi anni, quali sarebbero?

«Lo scopo della ricerca è migliorare la qualità di vita dell’essere umano, quindi credo le prime emergenze da risolvere siano le malattie infettive e quelle cardiovascolari. Le prime, come la tubercolosi e la malaria, fanno ancora milioni di morti al mondo, soprattutto nei paesi poveri, le secondo sono ancora il primo big killer dei paesi industrializzati». 

 

Qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno?

«Io credo di aver trovato il lavoro disegnato a mia immagine e somiglianza, che mi gratifica e mi rende felice di svegliarmi ogni mattina, che mi permette di rendere un servizio alla società al meglio delle mie capacità, che possa concorrere al progresso materiale e spirituale della società. Non so se questo senso sia abbastanza filosofico, ma è il mio senso». 

 

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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