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Autismo: un possibile aiuto dai probiotici?

pubblicato il 29-01-2018

I disturbi dello spettro autistico sono stati associati a uno squilibrio della flora intestinale: Elisa Schiavi verificherà l'effetto dei probiotici

Autismo: un possibile aiuto dai probiotici?

I disturbi dello spettro autistico insorgono generalmente durante la prima infanzia e influiscono in diverse misure sul neurosviluppo dei soggetti colpiti (circa 4 bambini su mille). Si tratta di una gamma di disturbi a origine multifattoriale, le cui molteplici cause sono ancora in via di esplorazione e i cui sintomi vanno dalle difficoltà nel contatto sociale e nella sfera emotiva ai comportamenti ripetitivi, ai problemi nella comunicazione e nel linguaggio. Un sintomo meno noto associato all’autismo, recentemente individuato, è l’occorrenza di disturbi intestinali che peggiorano il quadro clinico dei piccoli pazienti e, soprattutto, alterazione della flora intestinale (detta microbiota). Un dettaglio di non poco conto: i batteri intestinali infatti possono influenzare alcune attività del cervello attraverso la secrezione di sostanze o la regolazione del sistema immunitario, e non a caso si parla spesso di asse intestino-cervello. Nata a Frosinone, la biologa Elisa Schiavi ha vinto un finanziamento della Fondazione Umberto Veronesi per approfondire, presso l’Università La Sapienza di Roma, la possibilità di modulare il microbiota intestinale per agire sull’autismo.
 

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Elisa, ci daresti qualche dettaglio in più sul tuo progetto?

«I batteri probiotici sono microrganismi che, se assunti in adeguate quantità, possono esercitare funzioni benefiche per l'organismo: sono infatti già noti per la loro efficacia terapeutica in malattie intestinali e non. In molti studi clinici è stato messo in evidenza il loro potenziale nel modificare positivamente l’equilibrio della flora intestinale, grazie alla produzione di sostanze in grado di interagire con il sistema immunitario e nervoso. Lo scopo del progetto è proprio quello di valutare gli effetti dell’assunzione di batteri probiotici da parte di bambini autistici, sia sulla composizione del microbiota che su altri parametri biochimici e neurologici».


Che benefici ti aspetti, anche sul lungo termine, dai risultati di questo lavoro?

«Se i probiotici apporteranno un miglioramento per quanto riguarda la composizione del microbiota intestinale o i sintomi, potrebbero costituire un’opzione, non farmacologica e a basso rischio, complementare al complesso iter tradizionale disponibile per l'autismo, basato sul supporto psicologico e sull'uso di farmaci. Senza contare il valore aggiunto rappresentato dalla migliore comprensione delle dinamiche che governano le connessioni tra intestino e cervello».

 

Elisa, tu in precedenza hai lavorato in Svizzera: ti è mai mancata casa?

«Ho trascorso anni, dal 2012 al 2016, a Davos, presso lo Swiss Institute of Allergy and Asthma Research. Ho trovato un ambiente ospitale e ho avuto l’occasione di confrontarmi con colleghi provenienti da diverse parti del mondo. La mia decisione di tornare in Italia è stata in effetti dettata un po’ dalla nostalgia del mio Paese e dell’approccio italiano alla ricerca, un po’ dalle difficoltà logistiche legate al luogo in cui mi trovavo: l’altitudine, la difficoltà nei collegamenti e la neve per gran parte dell’anno».

 

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Come mai hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«In realtà mi è sempre sentita affascinata dall’osservazione delle cose che mi circondano e del razionale che vi è dietro. Anche se il momento in cui ho davvero capito di voler fare questo percorso è stato durante il secondo anno del mio tirocinio di laurea, dopo aver conosciuto meglio i colleghi del laboratorio e aver preso confidenza con il tipo di lavoro che facevano ogni giorno».

 

Cosa avresti fatto se non fossi stata ricercatrice in ambito biologico?

«Mi sarebbe piaciuto diventare ingegnere».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Un albero e la propria linfa, rispettivamente».

 

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Qual è il lato più bello della ricerca? E quello più brutto?

«La cosa più bella di questo mestiere è il fatto che talvolta ti porta a scoprire anche aspetti non previsti dal piano di lavoro programmato. L’aspetto peggiore sta forse nelle lunghe attese (ad esempio per ricevere il materiale per procedere con un esperimento) dovute alla burocrazia complicata da osservare. Senza contare la scarsa promozione della ricerca nel nostro Paese».

 

C’è una figura che ti ha ispirato nella tua vita professionale?

«Non ce n’è una in particolare: mi hanno ispirata tutte le persone che ho incontrato sul mio percorso, con più esperienza e capaci di arricchirmi con le loro conoscenze».

 

Che pensiero hai delle persone ideologicamente contrarie alle istanze scientifiche?

«Credo che alla base della nascita di particolari sentimenti antiscientifici ci sia un problema di informazione, ma anche di esperienze personali particolari e negative».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Davanti ad un film drammatico».

 

Cosa vorresti assolutamente vedere almeno una volta nella vita?

«L’aurora boreale».

 

Hai qualche hobby o passione al di fuori del laboratorio?

«Attualmente no, ma fino a qualche anno fa praticavo sport (in particolare la corsa), anche se mai a livello agonistico».

 

La cosa di cui hai più paura?

«Le malattie incurabili».

 

Il tuo libro preferito?

«”Il Piccolo Principe”».


Hai mai fatto una piccola pazzia?

«Sono andata sulle montagne russe, pur sapendo che mi sarei sentita male da morire».


C’è qualche personaggio famoso che, se potessi, vorresti incontrare?

«Mi piacerebbe fare una chiacchierata con un Premio Nobel, non necessariamente nell’ambito della Medicina: gli/le chiederei se, quando ha iniziato il suo percorso, avrebbe mai pensato di arrivare a tanto».


Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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