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Decodifico la comunicazione nel glioblastoma multiforme

pubblicato il 11-04-2016
aggiornato il 27-02-2017

La neurobiologa Eleonora Vannini studia il rilascio di vescicole da parte di cellule del più aggressivo tumore del cervello, per capire come fa a manipolare il tessuto sano circostante

Decodifico la comunicazione nel glioblastoma multiforme

Il glioblastoma multiforme è una delle forme più aggressive fra i tumori del sistema nervoso centrale. Al momento la terapia standard consiste nella rimozione chirurgica della massa tumorale seguita da cicli di radio e chemioterapia. Nonostante i progressi, che pur ci sono stati, queste terapie sono ancora poco efficaci e questi tumori restano associati a un’alta mortalità e, spesso, a recidive; da qui l’urgenza di trovare bersagli terapeutici per bloccare o rallentare la loro crescita. Eleonora Vannini (nella foto), neurobiologa fiorentina di 31 anni, fa parte di quell’esercito di ricercatori al lavoro per raggiungere questo obiettivo. Attualmente, Eleonora sta sviluppando una ricerca sul glioblastoma presso l’unità di neurochirurgia dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano), ed è sostenuta da una borsa di ricerca nell’ambito del progetto Gold for Kids a sostegno dell’oncologia pediatrica.

Eleonora, parlaci nei dettagli del tuo progetto.

«Il mio obiettivo è chiarire il ruolo delle vescicole extracellulari nella crescita e nella fisiologia del glioblastoma. Le vescicole extracellulari sono dei “sacchettini” che contengono diverse molecole prodotte e rilasciate dalle cellule all’esterno. Queste vescicole hanno diverse funzioni: sistemi di comunicazione, rimodellamento dei tessuti e regolazione della risposta immunitaria. La composizione e il contenuto di queste vescicole è diverso tra cellule sane e cellule tumorali. Nei tumori le vescicole extracellulari assumono un ruolo chiave perché capaci di determinare il destino delle cellule adiacenti portando alla formazione di un ambiente che favorisce la crescita del tumore».

In pratica, le cellule di glioblastoma “manipolano” il tessuto intorno a loro grazie a queste vescicole.

«Nello specifico, le vescicole prodotte dal glioblastoma provocano soppressione della risposta immunitaria contro il tumore, e favoriscono anche la formazione di nuovi vasi sanguigni per nutrire la massa tumorale e l’invasione delle cellule maligne. Il meccanismo alla base di tali alterazioni è, però, ancora ignoto. Il mio obiettivo è proprio comprendere, con analisi molecolari e fisiologiche, come fanno le vescicole rilasciate dal glioblastoma a manipolare il tessuto sano adiacente».

Quali prospettive apre, anche a lungo termine, il tuo progetto per il trattamento del glioblastoma?

«Al momento non esistono terapie davvero risolutive per curare il glioblastoma. Caratterizzare composizione e ruolo delle vescicole extracellulari prodotte dal glioblastoma ci aiuterà ad aggiungere un tassello alla comprensione di questa terribile malattia, permettendoci di fare luce sui bersagli da colpire con le nuove terapie».

Sei mai stata all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, all’Università di Leicester, in Inghilterra. Esperienze di questo tipo sono molto utili: ci mettono alla prova forzandoci al confronto con gli altri e con noi stessi. Mi ha arricchito sia dal punto di vista personale sia professionale: sono più consapevole dei miei punti di forza e di debolezza».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Come una ricercatrice indipendente con fondi e un gruppo tutto mio».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«È un lavoro molto stimolante. Mi piace la soddisfazione di scrivere un articolo alla fine di un progetto e mi piace avere degli studenti a cui insegnare».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La continua ricerca di fondi e la precarietà: sono aspetti frustranti».

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«La mia vita».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Il medico di Emergency o di Medici Senza Frontiere».

Pensi che la scienza e le ricerca abbiano dei “lati oscuri” e chi pensi che debba affrontarli?

«Ritengo che gli scienziati debbano avere la possibilità ma anche il coraggio di mettersi in gioco per affrontare alcuni temi, anche scomodi, riguardanti la ricerca. spesso, invece, questi sono affidati a persone che non hanno idea di ciò di cui si dibatte e che di conseguenza presentano questi argomenti in maniera spicciola e demagogica».

Per finire, una domanda “filosofica”: qual è il senso profondo che ti spinge a fare ricerca ogni giorno, nonostante le difficoltà?

«La speranza che il mio lavoro possa portare dei benefici alle persone che soffrono».

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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