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Il ruolo delle antocianine nel contrasto all'invecchiamento

pubblicato il 23-11-2015
aggiornato il 23-02-2017

L’infiammazione collegata all’obesità contribuisce alla senescenza dele cellule. A Milano Federica Tomay studia come le molecole contenute nella frutta e nella verdura possono contrastare questo processo

Il ruolo delle antocianine nel contrasto all'invecchiamento

La natura spesso ci mette a disposizione negli alimenti armi naturali che aiutano a mantenerci in salute. Ad esempio i polifenoli, un gruppo di circa cinquemila molecole che condividono una stessa struttura chimica di base ad anello. Sono prodotti dal metabolismo delle piante, abbondanti quindi in frutta e verdura. Sono potenti antiossidanti; neutralizzano i radicali liberi e altre molecole reattive, contrastando l’invecchiamento cellulare e diminuendo il rischio di tumori e malattie cardiovascolari. Dei polifenoli fanno parte anche i flavonoidi, tra i quali di grande interesse sono le antocianine; le molecole che conferiscono il colore rosso o blu/violaceo ai vegetali; ne sono ricchi ad esempio le melanzane, le arance rosse e i frutti di bosco. Le antocianine sono importanti nella prevenzione delle malattie neurodegenerative e cardiovascolari grazie alla capacità di regolare stress ossidativo e infiammazione. Non sono però ancora del tutto compresi i meccanismi molecolari coinvolti nella modulazione della risposta infiammatoria. Di questo si occupa Federica Tomay, ricercatrice post-doc all’Università Statale degli Studi di Milano nel laboratorio diretto dalla Professoressa Chiara Tonelli. 

Federica, ci racconti nei dettagli la tua ricerca?

«Voglio caratterizzare il meccanismo tramite il quale le antocianine svolgono le loro proprietà protettive nell’invecchiamento neuronale e cardiaco collegato all’infiammazione da obesità. È ormai assodato, infatti, che un eccessivo accumulo di grasso, in situazioni di obesità, genera nell’organismo una risposta infiammatoria moderata, ma cronica; questo sembra essere collegato ai meccanismi di invecchiamento. Il mio approccio sperimentale prevede la valutazione, in modelli animali di infiammazione acuta e cronica nutriti con diete diverse (ricche in grassi o in antocianine) di alcuni parametri collegati all’infiammazione; ad esempio la produzione di citochine e di specifici microRna, coinvolti nella regolazione della risposta infiammatoria».

Quali prospettive terapeutiche potranno aprire i risultati del tuo studio?

«I risultati che otterrò in funzione del tipo di dieta, sia protettiva che pro-infiammatoria, porteranno all’identificazione di nuovi marcatori per la valutazione precoce di condizioni patologiche, fornendo preziose informazioni per la messa in atto di programmi di prevenzione e diagnosi precoce».

Sei mai stata a fare ricerca all’estero?

«Ho svolto metà dottorato a Singapore. Ho sempre avuto una grande passione per la cultura asiatica e la possibilità di svolgere i miei studi in uno dei poli più innovativi al mondo ha senz’altro influenzato la mia decisione».

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Singapore costituisce un mix unico di culture perfettamente in sintonia (tailandese, cinese, indonesiana, filippina, giapponese, indiana). Mi ha dato la possibilità di conoscere scienziati e premi Nobel internazionali, vivendo in un clima multiculturale e ipertecnologico e, cosa più importante tra tutte, mi sono messa in gioco a 15 mila chilometri da casa, senza nessun’altro su cui poter fare affidamento se non me stessa. È stata un’impagabile opportunità di crescita, sia personale che lavorativa».

E ti ha fatto conoscere anche l’amore…

«Sì, io e il mio fidanzato, che è turco, ci siamo conosciuti proprio a Singapore e ora viviamo insieme qui in Italia».

Ti è mancata l’Italia?

«L’unica cosa che mi è mancata dell’Italia è stato il cibo. Al giorno d’oggi il nostro paese non ha più molto da offrire: si devono accettare troppi compromessi».

Cosa fai quando sei fuori dal laboratorio?

«Ho tantissimi hobby, anzi il vero problema è trovare il tempo per coltivarli tutti. Dipingo a olio, passione che ho ereditato da mio padre. Ma amo anche la musica, e sono violinista (ancora agli inizi, però); ho iniziato a prendere lezioni a Singapore, ma oggi, il vicinato non mi permette di fare molta pratica. E, come detto prima, adoro il cibo, sia cucinarlo che mangiarlo».

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita.

«Non direi una sola; ma piuttosto la moltitudine di persone che hanno incrociato il mio percorso, dalla mia famiglia al tassista cinese che mi racconta di sua figlia che studia a Londra mentre mi riporta a casa. Ciascuno di essi ha lasciato il segno nella persona che sono oggi».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Il fatto di contribuire, nel mio piccolo, al progresso dell’umanità. I miei piccoli passi di oggi potranno, un domani, contribuire al grande passo di qualcun altro».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«La frustrazione e il senso di inadeguatezza che provi ogni volta che gli esperimenti falliscono».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Sempre nella ricerca, ma non importa dove. Spero solo di poter contare su una maggiore stabilità economica».

Se dovessi scommettere su un filone di ricerca biomedica che rivoluzionerà la medicina nei prossimi decenni, su cosa punteresti?

«La medicina rigenerativa e la capacità di ricostruire interi organi in vitro, partendo da precursori del paziente stesso, azzerando le problematiche relative all’irreperibilità di donatori e al rigetto».


@ChiaraSegre

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Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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