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Studio la resistenza del cancro all'immunoterapia

pubblicato il 09-01-2017
aggiornato il 12-01-2017

L’eterogeneità delle cellule che si sviluppano in un tumore è ciò che porta all’insorgere di resistenze alle cure: Nabil Amirouchene Angelozzi lavora per scoprirne i meccanismi

Studio la resistenza del cancro all'immunoterapia

I tumori sono entità eterogenee costituite da popolazioni di cellule con caratteristiche diverse. Questa variabilità è alla base della loro capacità di evolversi e adattarsi alle terapie farmacologiche, sviluppando resistenza. Recenti studi clinici hanno dimostrato l'efficacia dei farmaci immunoterapici in oncologia. Questi sono capaci di stimolare il sistema immunitario dell'individuo a reagire contro il tumore portando a stabilizzazione della malattia e in alcuni casi anche alla completa regressione di tumori allo stadio avanzato. Tuttavia una parte consistente di pazienti trattati è soggetta a resistenza primaria, ovvero non risponde alla terapia. D’altro canto, tra i pazienti che inizialmente traggono beneficio dalle cure, nel tempo una percentuale va incontro a recidive dovute al sopraggiungere di una resistenza secondaria al trattamento. Identificare le cause della resistenza alle terapie e sviluppare strategie per la diagnosi precoce delle ricadute è l’obiettivo di Nabil Amirouchene Angelozzi (nella foto), medico nato a Venezia e oggi ricercatore post-doc nel gruppo di Oncologia Molecolare dell’IRCCS di Candiolo (Torino).

Nabil, parlaci del tuo progetto di ricerca.

«Il mio scopo è quello di studiare il ruolo dell'eterogeneità tumorale nella resistenza primaria e secondaria all'immunoterapia, utilizzando come modelli il tumore del colon-retto e del polmone. Il progetto si avvarrà inizialmente di avanzate tecniche di marcatura genetica, che vadano a tracciare la dinamica di sviluppo di ciascuna diversa popolazione cellulare del tumore in modelli murini, paragonando soggetti trattati e non trattati con immunoterapia. Monitorare il propagarsi di queste diverse popolazioni ci aiuterà a capire dove e in che modo emerga la resistenza alle cure. Successivamente utilizzeremo la tecnologia della biopsia liquida per analizzare l'evoluzione di queste popolazioni di cellule in pazienti in terapia con farmaci immunoterapici».

Quali prospettive apre dunque il tuo progetto per la salute umana?

«Conoscere le cause della resistenza all’immunoterapia aiuterà ad individuare precocemente i pazienti che non risponderebbero alla cura e a predire lo sviluppo di resistenza nei pazienti che invece sono responsivi. Le informazioni ottenute verranno inoltre utilizzate per individuare nuove linee terapeutiche efficaci nelle due classi di pazienti».

Sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì, ho trascorso un anno a Londra presso l’Institute of Cancer Research (ICR) nel laboratorio del Pr. Alan Ashworth, e tre anni e mezzo a Parigi presso il dipartimento di ricerca traslazionale dell’Institut Curie, dove ho anche conseguito il mio dottorato di ricerca».

Cosa ti hanno lasciato queste esperienze? Ti è mancata l’Italia?

«Queste opportunità mi hanno convinto che il nostro mondo debba ormai essere necessariamente visto in un’ottica sovranazionale. La sempre maggiore facilità di spostarci ci permette di conoscere: conoscere significa non avere paura della diversità e saperne cogliere il meglio. Una certa mobilità permette a chi si sposta di acquisire conoscenze e know-how che rendono il soggetto più capace e competitivo. Permette inoltre un “libero mercato” dove il ricercatore può scegliere la migliore offerta, costringendo i singoli stati a mantenere standard competitivi, sia dal punto di vista scientifico che contrattuale. L’Italia mi è mancata dal punto di vista climatico ed alimentare (soprattutto in Inghilterra), anche se ho trovato amici italiani in entrambi i luoghi».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca? Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Per me la scelta deriva probabilmente dal fatto che i miei genitori erano insegnanti. Mia madre in particolare mi ha trasmesso l’amore per lo studio e il piacere dell’imparare, del porsi domande e cercare risposte. Fare ricerca credo fosse un po’ il mio destino, se non nell’ambito medico-scientifico allora in altri campi. Non è di fatto una scelta professionale, ma l’applicazione lavorativa di quella che è (nel bene e nel male) un’attitudine personale».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Come dicevo, è la ricerca stessa che mi piace: provo un “amore per la conoscenza” che mi appaga di per sé. Senz’altro ci sono giornate radiose e giornate demotivanti, eppure credo che la soddisfazione personale di un ricercatore derivi dal contribuire all’avanzamento generale della conoscenza, tesa a migliorare la vita delle persone (in primo luogo la salute dei pazienti, presenti e futuri). È un piacere poter ammirare questo processo maturando consapevolezza e forse, con essa, un po’ di saggezza».

C’è qualcosa della ricerca che invece eviteresti volentieri?

«Eviterei le pressioni imposte dalla necessità di pubblicare in riviste scientifiche di alto profilo: rappresentano senz’altro una garanzia di qualità del lavoro svolto, ma hanno criteri editoriali non totalmente adeguati al processo di produzione scientifica. Stiamo inoltre assistendo ad un fenomeno per cui grossi istituti pubblici e industrie farmaceutiche stanno sviluppando un ruolo di primo piano a discapito di strutture di più ridotte dimensioni. Tutto questo fa sì che per avere successo sia senz’altro necessario essere capaci, ma anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto. Non da ultimo, ritengo che l’incomprensione sociale del valore della ricerca in Italia (con tutte le sue conseguenze) sia un vero problema».

Cosa fai nel tempo libero?

«Mi dedico alle arti marziali (brasilian ju-jitsu/Wing-chun kung-fu) e al trekking. Se avessi la possibilità mi piacerebbe viaggiare di più».

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commosso?

«Dev’essere stato l’ultima volta che ho visto un film particolarmente triste sul tema “atti eroici e sventure del genere umano”».

La cosa di cui hai più paura.

«Sono tante le cose di cui ho paura: per esempio mi preoccupa il crescente livello di inquinamento del nostro pianeta e i conseguenti danni ambientali e sulla salute umana».

La cosa che ti fa ridere a crepapelle.

«L’ironia di Crozza».

Il libro che più ti piace o ti rappresenta.

«“Il vangelo secondo Gesù”, di Saramago».

Con quale personaggio famoso ti piacerebbe andare a cena una sera?

«Il Papa o il Dalai Lama, per poter confrontare il mio senso della vita con il loro».

@AgneseCollino

 

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