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Tumore al seno: studio come bloccare le metastasi ossee

pubblicato il 07-05-2019

Manuel Scimeca studia un gruppo di cellule, le BOLC, correlate alla formazione di metastasi ossee nel cancro al seno per sviluppare nuove tecniche diagnostiche e trattamenti terapeutici

Tumore al seno: studio come bloccare le metastasi ossee

Il cancro al seno è il tumore femminile più comune e la principale causa di morte mondiale per neoplasia tra le donne. Grazie ai progressi ottenuti tramite la diagnosi precoce e la cura della malattia in fase iniziale, la sopravvivenza media a dieci anni dalla diagnosi è attualmente pari all’80%. Purtroppo una percentuale ancora elevata di pazienti non risponde ai trattamenti disponibili e sviluppa metastasi entro i primi cinque anni dalla diagnosi iniziale. Nel cancro al seno metastatico, le cellule maligne si distaccano dal sito originario della malattia e raggiungono altri organi del corpo, principalmente ossa, cervello, polmoni e fegato, dove generano nuove masse tumorali. Conoscere i meccanismi genetici e molecolari alla base di queste lesioni, dunque, è molto importante per lo sviluppo di nuove tecniche diagnostiche e farmaci in grado di intervenire sulle metastasi. In questo filone di ricerca si inserisce il progetto di Manuel Scimeca, ricercatore presso l’Università degli Studi di Roma "Tor Vergata", sostenuto da Fondazione Veronesi nell’ambito del progetto Pink is Good.

Manuel, hai voglia di raccontarci la tua ricerca in parole semplici?

«Cercherò di fare del mio meglio! Anni fa, il nostro gruppo di ricerca ha identificato nel tumore primario al seno un nuovo tipo di cellule, chiamate “Breast Osteoblast-Like Cells” (BOLCs), la cui presenza sembra essere in grado di predire la formazione di metastasi ossee. Lo scopo del mio progetto è quello di studiare i meccanismi che portano alla formazione di queste cellule, oltre alla relazione tra la loro presenza e la formazione di metastasi ossee».

In che modo queste BOLCs dovrebbero contribuire allo sviluppo delle metastasi ossee?

«Le BOLCs sono cellule simili agli osteoblasti, ovvero le cellule che sintetizzano la matrice ossea, ed è stato dimostrato che sono effettivamente in grado di dare origine a calcificazioni. La nostra ipotesi è che la comparsa delle BOLCs preceda la formazione di metastasi in quanto queste cellule sono in grado di migrare verso le ossa per dare origine al nuovo tumore metastatico».

Quali ricadute potrebbe avere la tua ricerca per la salute umana?

«Le lesioni ossee compromettono significativamente la qualità della vita delle pazienti, causando dolore, ipercalcemia, fratture patologiche e compressione dei nervi. Dal punto di vista clinico, l’identificazione e lo studio approfondito delle cellule responsabili della formazione delle metastasi ossee apre nuove prospettive per la messa a punto di test diagnostici dedicati, in grado di prevedere la loro formazione. Inoltre, la conoscenza dei processi molecolari legati alla formazione delle BOLCs aiuterà a identificare nuovi marcatori molecolari, che potrebbero essere utilizzati per la realizzazione di radio-traccianti in grado di discriminare i tumori della mammella in base al rischio di formare metastasi ossee; gli stessi marcatori, inoltre, potrebbero essere utilizzati come bersagli farmacologici per prevenire o bloccare la formazione delle metastasi».

Il tuo progetto è molto innovativo. Hai mai incontrato delle difficoltà o degli ostacoli sulla tua strada?

«Purtroppo sì. Quando proposi l’idea delle BOLCs a un gruppo di patologi, il progetto fu bocciato e definito come “roba da biologi”. Fortunatamente incontrai la professoressa Bonanno che credette al progetto e mi aiutò a svilupparlo, fornendomi l’esperienza e le conoscenze necessarie».

Manuel, qual è l’aspetto della ricerca che ti piace di più?

«Il mondo della ricerca ha la straordinaria capacità di unire persone con le più disparate competenze, personalità e idee politiche. Nel mio caso, ad esempio, attorno al progetto sulle BOLCs si è formato un gruppo di ricerca multidisciplinare dove, al di là dei rispettivi ruoli e incarichi, contano il lavoro e le idee».

E cos’è invece che ti motiva e dà senso alle tue giornate?

«La ricerca in campo oncologico dona speranza ai pazienti ed è un dono per lo stesso ricercatore, che con il suo lavoro riesce a trovare quel senso profondo della vita verso cui tende l’anima e la mente di ogni persona».

Lavori nello stesso laboratorio con tua moglie… com’è condividere quest’avventura con lei?

«Io e mia moglie ci siamo conosciuti durante i corsi universitari ed entrambi abbiamo deciso di seguire la strada della ricerca. Durante il dottorato ci siamo sposati e alla discussione di tesi era con noi la nostra primogenita Martina Gioia. Condividere gli oneri e gli onori del lavoro di ricerca con la famiglia ci consente di rimanere con i piedi per terra nei momenti di euforia e di portare insieme il peso di un lavoro da precari, che può essere a tratti molto snervante».

E se una delle tue figlie un giorno ti dicesse di voler fare la ricercatrice?

«Ne sarei felice perché penso che, nonostante tutte le difficoltà, il nostro sia un lavoro meraviglioso: uno dei pochi che consente ancora di sognare. Se questa fosse la loro scelta, cercherei di fare un passo di lato ma di farli ragionare, per capire se quello che provano è un fuoco di paglia o una vera passione».

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita?

«Visitare la Terra Santa».

C’è qualcosa che ti fa veramente arrabbiare?

«Vedere studenti talentuosi costretti a cambiare mestiere dopo la laurea perché non ci sono laboratori pronti ad accoglierli».

E qualcosa che invece ti fa ridere a crepapelle?

«Nonostante abbia visto e riletto innumerevoli volte i racconti di Giovannino Guareschi su “Don Camillo e Peppone”, non riesco a non ridere a crepapelle ogni volta che ho l’opportunità di fare un ripasso: sono dei capolavori assoluti!».


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