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I nostri ricercatori

Un nuovo modello sperimentale per lo studio della SLA

pubblicato il 21-07-2021

Stimoli persistenti e poco intensi potrebbero avere un ruolo nello sviluppo della sclerosi laterale amiotrofica: la ricerca di Niccolò Candelise

Un nuovo modello sperimentale per lo studio della SLA

La sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è una grave malattia degenerativa che porta alla progressiva perdita dei motoneuroni, le cellule che consentono la contrazione muscolare. In Italia, la SLA colpisce circa tre persone ogni 100mila ogni anno: la sua insorgenza è legata a una familiarità solo in un caso su dieci, mentre negli altri casi non è riconducibile ad alterazioni genetiche note. Queste forme, chiamate sporadiche, presentano l’alterazione di alcune proteine, in grado di aggregarsi in maniera anomala nelle cellule. Le cause all’origine della malattia non sono però ancora note e oggi non esistono cure efficaci.

Niccolò Candelise è ricercatore presso il laboratorio di Neurochimica dell’IRCCS-Fondazione Santa Lucia di Roma, e studia l’effetto di stimoli cronici e moderati sull’aggregazione di specifiche proteine in modelli cellulari di SLA. I dati raccolti saranno confrontati con quelli ottenuti nei modelli sperimentali standard, in cui le cellule sono esposte a stimoli acuti e intensi. La sua ricerca potrebbe chiarire il ruolo svolto da stimoli poco intensi, ma persistenti, nello sviluppo di questa patologia. Il progetto sarà sostenuto per tutto il 2021 da una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.

Niccolò, come nasce l’idea del vostro lavoro?

«Nasce dall’unione fra il mio principale interesse di ricerca, ovvero l’aggregazione delle proteine nelle patologie neurodegenerative, con l’esperienza sul metabolismo neuronale del laboratorio che mi ospita».

Perché avete scelto di orientarvi su questa linea di ricerca?

«Oggi non si conosce ancora la causa di alcune malattie neurodegenerative, come la sclerosi laterale amiotrofica o SLA. Sappiamo che la patologia ha una lunga fase latente, cioè è presente molto prima dei sintomi caratteristici, quali brevi contrazioni muscolari, rigidità muscolare, debolezza dei muscoli e alterazione del funzionamento di un arto».

Come stai sviluppando il tuo lavoro?

«La nostra idea è quella di simulare condizioni di stress prolungati nel tempo in modelli di cellule nervose, con lo scopo di individuare l’origine del processo patologico. Procederemo quindi “stressando” le cellule in coltura con diversi stimoli, per poi cercare di visualizzare i cambiamenti legati alla patologia». Quali obiettivi avete nel lungo periodo? «Potenzialmente le prospettive potrebbero essere molteplici. Un primo obiettivo potrebbe essere la realizzazione di un modello sperimentale per le malattie neurodegenerative che meglio riassuma il quadro clinico. Questo modello sarebbe basato su stimoli prolungati ma non intensi, anziché brevi e forti come è normale pratica di laboratorio. A lungo termine, il progetto potrebbe identificare nuovi processi biologici coinvolti nell’insorgenza della patologia e quindi suggerire terapie per modificarne o rallentarne il decorso».

Niccolò, sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Ho svolto il dottorato in Medicina Molecolare a Göttingen, in Germania. Volevo confrontarmi con il mondo della ricerca internazionale e vivere un’esperienza in un posto diverso da quello in cui avevo sempre vissuto. In quel periodo ho avuto anche la possibilità di lavorare presso il laboratorio di Farmacologia della Aristotle University di Salonicco».

Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ti è mancata L’Italia?

«L’esperienza è stata molto formativa sia dal punto di vista lavorativo, sia umano. L’organizzazione del lavoro in Germania è senza dubbio il principale lato positivo: la figura del ricercatore è molto rispettata e ben riconosciuta. D’altra parte l’Italia mi è molto mancata, sia da un punto di vista di cooperazione sociale che di solidarietà».

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«Sin dall’inizio del corso di laurea triennale in Scienze Biologiche, la prospettiva di fare il ricercatore mi ha intrigato. Durante il primo anno, al corso di biologia cellulare, venni a conoscenza dell’esistenza dei prioni: sono proteine poco conosciute e dal comportamento inusuale. Qualche tempo dopo, su una rivista di divulgazione scientifica, lessi un articolo sul loro ruolo in fisiologia. Era un tema assolutamente nuovo e me ne innamorai».

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare?

«Sono molti i momenti da dimenticare, soprattutto esperimenti venuti male o giornate intere passate ad analizzare dei dati, senza successo. Per fortuna c’è anche qualche gioia, come la prima volta che cambiando un protocollo ottenni un risultato che aspettavo da mesi».

Come ti vedi fra dieci anni?

«Spero di crescere come ricercatore e avere un mio laboratorio in futuro».

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La comunità: scambiare idee e pareri con i colleghi di laboratorio e confrontarsi con ricercatori di tutto il mondo».

E cosa invece eviteresti volentieri?

«L’inevitabile ansia dovuta a un risultato atteso o un lavoro in via di pubblicazione».

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Gli aspetti più importanti della società, attraverso i quali tutti possono vivere meglio».

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita professionale?

«Charles Darwin: una vita passata a maturare e dimostrare un’idea fondamentale come la selezione naturale. C’è il genio nella grande idea e la caparbietà umana nel perseguire la verità per tutta la vita».

Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato?

«La tenacia, prima o poi, premia».

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Forse l’architetto, come mia madre».

Al di là dei contenuti scientifici, qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca e dà un significato profondo alle tue giornate lavorative?

«Attraverso la ricerca migliora la medicina e la salute delle persone. Presto o tardi malattie come la SLA o il Parkinson magari saranno solo un ricordo di un’epoca passata».

In cosa, secondo te, può migliorare la comunità scientifica, e in che modo, invece, potrebbe essere aiutato il lavoro di chi fa scienza?

«Secondo me ci sono alcuni problemi nel sistema scientifico e nella competitività tra ricercatori e tra riviste. Il lavoro dei ricercatori potrebbe essere migliorato, in primis, da una decisa iniezione di fondi, sia per il personale che per le infrastrutture. Anche una maggiore sensibilizzazione da parte dei media sarebbe d’aiuto».

Percepisci fiducia intorno alla figura del ricercatore in Italia?

«Ritengo che la figura del ricercatore in Italia non goda del prestigio sociale presente in altri Paesi. Di conseguenza, il sentimento antiscientifico è purtroppo innegabile ed è stato particolarmente evidente in tempo di Covid».

Niccolò, cosa fai nel tempo libero?

«Appena posso, ascolto musica: non riesco davvero a stare senza. Suono il basso, gioco a basket e mi piace molto leggere».

Hai famiglia?

«Genitori, un fratello e una compagna».

Se un giorno tuo figlio ti dicesse che vuole fare il ricercatore, come reagiresti?

«Credo che i figli debbano essere liberi di fare quello che vogliono, non proverei a dissuaderli né a convincerli».

Una cosa che vorresti assolutamente vedere almeno una volta nella vita.

«Mi piacerebbe visitare il Giappone, oppure il Perù».

La cosa di cui hai più paura e perché.

«Diventare cieco. Il mondo è un posto davvero bello, non vorrei perdere la possibilità di goderne».

Sei soddisfatto della tua vita?

«Sì!».

E qual è la cosa che ti fa ridere a crepapelle?

«Rido spesso di gusto, per molte cose».

Quella che invece ti fa arrabbiare?

«Le persone a cui non piace essere contraddetti: hanno spesso torto».

Un ricordo a te caro di quando eri bambino.

«I pomeriggi estivi passati a giocare a basket con gli amici».

Il libro che più ti piace o ti rappresenta?

«’Fondazione’ di Isaac Asimov».

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa ti piacerebbe chiedergli?

«Con Kary Mullis, il Premio Nobel per la chimica e inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction). Ci sono tante cose che vorrei chiedergli, ma soprattutto come gli è venuta l’idea della tecnica PCR che ha rivoluzionato la biologia e la medicina».

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

«Grazie, grazie, grazie. Il vostro contributo è fondamentale. Una piccola donazione oggi può salvare la vita a molte persone domani. Tante malattie potrebbero diventare solo cattivi ricordi in futuro, grazie a voi».


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