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Una molecola naturale come possibile aiuto contro l'obesità

pubblicato il 05-06-2017

L’eccesso di peso è una delle principali fonti di malattie nei paesi occidentali: Michele Azzolini studia lo pterostilbene, una promettente sostanza che potrebbe aiutare ad accelerare il metabolismo

Una molecola naturale come possibile aiuto contro l'obesità

Ad oggi circa un terzo della popolazione globale è in condizioni di sovrappeso o obesità e l’incidenza di malattie correlate, come il diabete di tipo 2 e alcuni tipi di cancro, è in aumento. Tuttavia, attualmente non esiste una terapia farmacologica mirata per i problemi di obesità. Proprio per il forte impatto che l’alimentazione esercita sulla qualità di vita e sull’insorgenza di malattie, la Fondazione Umberto Veronesi ogni anno investe nei più promettenti progetti di ricerca incentrati sulla nutrigenomica, l’ambito scientifico che punta a svelare l’influenza degli alimenti sulle componenti delle nostre cellule, fino al Dna. Fra i progetti sostenuti nel 2017 in questo campo c’è quello condotto da Michele Azzolini, biologo di origine trentina, presso la sezione padovana dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr. Michele mira ad approfondire i meccanismi molecolari con cui lo pterostilbene, un composto naturale ottenuto dalle piante, sembra essere in grado di contrastare l’obesità e le patologie ad essa correlate.

 

Michele, ci racconteresti qualcosa di più sul tuo progetto di ricerca?

«Lo pterostilbene è una molecola appartenente alla classe dei polifenoli: alcune di queste sostanze, come il resveratrolo contenuto nell’uva, sono capaci di modulare i nostri meccanismi metabolici ma sono scarsamente biodisponibili (sono cioè poco assorbite dall’organismo). In alcuni studi precedenti su modelli animali si è visto che lo pterostilbene non solo interagisce con importanti processi biochimici intracellulari legati all’obesità, ma è anche più biodisponibile di altre sostanze analoghe ed è atossico. Il mio progetto andrà a studiare i meccanismi d’azione dello pterostilbene: ci soffermeremo in particolare sulla sua capacità di stimolare l’espressione della proteina UCP-1 negli adipociti, le principali cellule che compongono il tessuto adiposo. Alti livelli di UCP-1 accelerano il metabolismo di queste cellule, con un maggior dispendio energetico a riposo e quindi maggior smaltimento delle calorie assunte per via dietetica. Gli esperimenti utilizzeranno tecniche di biologia cellulare, farmacologia, biochimica e biologia molecolare».

 

Quali sono quindi le possibili prospettive per la salute umana?

«Le ricadute di questo progetto potrebbero essere molto importanti sia dal punto di vista sanitario che economico: individuare uno strumento terapeutico contro l’obesità sicuro, efficace e a basso costo può migliorare la qualità della vita e la salute di molte persone».

 

Sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?

«Sì: per la tesi di laurea magistrale sono stato dieci mesi in Olanda, presso la Rijksuniversiteit di Groningen, grazie ad una borsa di studio Erasmus. Il progetto era molto interessante, perché trattava un argomento noto a tutti ma ancora poco studiato: il sonno».

 

Cosa ti ha lasciato quel periodo? Ti è mancata l’Italia?

«Quell’opportunità mi ha innanzitutto reso consapevole di potercela fare anche in un contesto molto diverso dall’Italia. Mi ha dato inoltre la possibilità di interagire con persone provenienti da tutto il mondo, e di perfezionare la lingua inglese. Dell’Italia mi sono però mancati il clima, la cucina e in generale il nostro stile di vita».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Ho capito che avrei voluto fare ricerca quando l’ho lasciata, subito dopo la tesi di laurea magistrale. In Olanda avevo ricevuto due proposte per intraprendere un dottorato di ricerca: progetto e salario erano allettanti, ma in quel periodo sentivo che non faceva per me. Trascorsi alcuni mesi ho invece realizzato che quella sensazione di lavorare su qualcosa di nuovo, di innovativo, mi mancava tantissimo: e così ho fatto di tutto per rientrare nell’ambito. Per fortuna ce l’ho fatta».

 

Qual è l’episodio della tua vita professionale che vorresti incorniciare? Ce n’è uno che invece vorresti dimenticare?

«Il momento più bello in assoluto è stata la giornata in cui mi hanno proclamato dottore di ricerca. È stato il coronamento di un percorso molto lungo e intenso, e in quel momento ho veramente capito di avercela fatta. Un percorso che non è stato tutto rose e viole: cancellerei volentieri qualche discussione avuta con alcuni docenti!».

 

Se dovessi scommettere su un filone di ricerca biomedica che fra cinquant’anni avrà prodotto un concreto avanzamento per la salute umana, su cosa punteresti?

«Credo che nel prossimo futuro la ricerca sulle cellule staminali rappresenterà un’importante fonte di progresso nel campo biomedico. Punterei anche sulla ricerca anti-invecchiamento: con l’innalzarsi dell’età media della popolazione credo che i fondi non mancheranno, e le innovazioni che ne deriveranno permetteranno un deciso miglioramento della qualità della vita».

 

Pensi che la scienza e la ricerca abbiano dei lati oscuri?

«Il nostro non è un mondo perfetto: alcune cose possono essere migliorate, ad esempio i meccanismi di assegnazione dei fondi ed il sistema di revisione tra pari che esamina gli articoli scientifici per acconsentire o meno alla loro pubblicazione. All’interno della comunità scientifica se ne parla spesso, pertanto credo che alcuni accorgimenti o migliorie arriveranno a breve».

 

Cosa ne pensi dei complottisti e delle persone contrarie alla scienza per motivi ideologici?

«Penso che come società non siamo ancora pronti per gestire tutte le informazioni che internet ci fornisce. In pochi controllano le fonti o la veridicità di quel che si legge, il che può spesso generare errori grossolani. Un grave limite della scienza è che è troppo chiusa in se stessa: gli scienziati parlano quasi sempre con altri scienziati, raramente ci si apre all’esterno. Questo permette che la voce di pochi malintenzionati acquisisca un peso enorme e si diffonda a macchia d’olio: sradicare certe convinzioni nella cittadinanza diventa poi un compito arduo. La (non) correlazione tra vaccini e autismo ne è forse l‘esempio più lampante».

 

Cosa fai nel tempo libero?

«Gioco a calcio, e cerco di convincere gli amici ad andare in montagna più spesso. Il mio sogno nel cassetto sarebbe fare un viaggio, zaino in spalla, sulle Ande».

 

Qual è la cosa che più ti fa arrabbiare?

«La pigrizia».

 

E la cosa che invece ti fa ridere a crepapelle?

«Bud Spencer: inarrivabile».

 

Se un giorno tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare il ricercatore, cosa diresti?

«Che è difficile, si guadagna poco, spesso è frustrante. Però è il lavoro più bello del mondo».

 

@AgneseCollino



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