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I nostri ricercatori

Una proteina a due volti per il neuroblastoma

pubblicato il 13-01-2020

Importante nello sviluppo del tumore o utile per impedirne la crescita? Elisa Principi vuole chiarire il ruolo della proteina RNF5 nella progressione del neuroblastoma

Una proteina a due volti per il neuroblastoma

Il neuroblastoma è una forma tumorale pediatrica che origina dalle cellule del sistema nervoso periferico, cioè l’insieme dei neuronali diffusi in tutto il corpo che controllano attività involontarie come il respiro e la frequenza cardiaca. Questo tumore rappresenta circa il 10 per cento dei tumori solidi nei neonati e nei bambini entro i 15 anni, e nel 90 per cento dei casi il viene diagnosticato prima dei 5 anni.


Il quadro clinico del neuroblastoma è molto variabile e dipende dallo stadio e dalla sede del tumore. Anche per migliorare la prognosi dei pazienti è necessario ampliare le conoscenze molecolari e cellulari su questa neoplasia, al fine di comprendere meglio i meccanismi alla base dello sviluppo della malattia. Una proteina in particolare, RNF5, sembra essere particolarmente importante per la crescita del tumore, sebbene il suo ruolo sia ancora molto controverso. 


Elisa Principi
, biologa e ricercatrice presso il centro di miologia traslazionale e sperimentale dell’Istituto Gaslini di Genova, proverà a chiarire il funzionamento di questa proteina e il suo legame con il neuroblastoma grazie al sostegno di una borsa di ricerca di Fondazione Umberto Veronesi.  

 

Elisa, di cosa ti occuperai durante quest’anno di lavoro?

«Il mio progetto ha come obiettivo principale quello di studiare la proteina RNF5: questa proteina svolge un ruolo importante nel controllo di diversi processi cellulari e il suo malfunzionamento è spesso associato a condizioni patologiche. Alcuni studi recenti hanno dimostrato che dei modelli animali, senza la proteina RNF5, presentano delle modifiche nella composizione del microbiota intestinale in grado di aumentare l’attività antitumorale del sistema immunitario e di limitare l'espansione del tumore».

 

Dunque questa proteina potrebbe essere coinvolta nell’insorgenza tumorale?

«Sì. Tuttavia, completamente all’opposto, un altro studio ha dimostrato che trattando delle linee cellulari di carcinoma mammario con un chemioterapico, il paclitaxel, proprio grazie a RNF5 è possibile “distruggere” due trasportatori della glutammina: questa molecola è un amminoacido essenziale per la sopravvivenza e proliferazione della cellula tumorale, e in questo modo RNF5 potrebbe inibire la crescita della neoplasia».

 

Una proteina dai due volti, insomma. Qual è il suo vero ruolo?

«Diciamo che nel loro insieme questi risultati suggeriscono che il ruolo di RNF5 nel cancro è ancora controverso. Attivare o inibire questa proteina con piccole molecole, simili a farmaci, potrebbe aiutare sia a comprenderne meglio il ruolo nella progressione del cancro, sia a proporre nuove strategie terapeutiche. Vorrei sperimentare queste piccole molecole che attivano o inibiscono RNF5 su due diversi modelli tumorali: sul neuroblastoma e sul melanoma». 
 

Quali prospettive sono le prospettive a lungo termine?

«Una volta stabilito il potenziale terapeutico, attivando oppure inibendo la proteina RNF5, queste molecole simili a farmaci potrebbero infatti essere utilizzate da sole, o in associazione con altri chemioterapici, per migliorare l’efficacia della chemioterapia. Inoltre, questo progetto potrebbe contribuire alla conoscenza approfondita del ruolo di RNF5 nel metabolismo delle cellule tumorali, sfruttando queste nozioni a vantaggio del paziente oncologico».

Elisa, sei mai stata all’estero per un’esperienza di ricerca?

«Sì, per un breve periodo sono stata al Centro europeo per la ricerca e la tecnologia spaziale, in Olanda, per mettere a punto un bioreattore che ci consentisse di inviare nello spazio cellule in cultura capaci di riprodurre nel loro insieme un tessuto osseo».

 

Come giudichi questa esperienza?

«Molto positiva, soprattutto perché mi sono avvicinata a un mondo, quello aerospaziale, tanto distante dal mio quanto affascinante. Inoltre, ho potuto apprezzare la capacità lavorativa e organizzativa tipica del nord Europa».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della scienza?

«Una volta mia madre, sentendomi ripetere scienze durante il liceo, mi disse: “Come hai fatto a memorizzare tutti questi vocaboli scientifici in così poco tempo?”. In quegli anni ho capito che avevo proprio una propensione alla comprensione e memorizzazione delle materie scientifiche e sanitarie».

 

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Curiosità e buon spirito di osservazione, due doti fondamentali per affrontate questo mestiere».

 

Hai una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e professionale?

«Leggere la bibliografia di Rita Levi Montalcini mi è stato di grande aiuto nel comprendere il ruolo e l’importanza di chi prova a fare scienza tra mille difficoltà».

 

Qual è l’insegnamento più importante che ti ha lasciato?

«Fra tutti mi piace ricordarne uno: le donne che hanno cambiato il mondo non hanno mai avuto bisogno di mostrare nulla, se non la loro intelligenza».

 

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

«Proprio non saprei, non mi sarei vista in nessuna altra veste, e questo fa sì che a prescindere da tutte le difficoltà io vada a lavorare tutti i giorni con il sorriso!».

 

Hai famiglia?

«Sì, un marito di nome Giorgio e un bimbo Giacomo di due anni e mezzo».

 

Come reagiresti se ti dicesse di voler fare il tuo lavoro?

«Non mi permetterei mai di ostacolare le sue attitudini e le sue passioni. Tuttavia lo metterei in guardia su tutte le difficoltà a cui andrà incontro qualora decidesse di fare il mio stesso lavoro. Diciamo che sarò felice se lui sarà felice, tuttavia sarei molto preoccupata».

 

Ricordi l’ultima volta che ti sei commossa?

«Quando mio figlio, entrato in giardino per i suoi due anni, ha trovato la bici blu che tanto desiderava… ha iniziato ad urlare: “Mamma, mamma, è arrivata è arrivata ed è blu!”. Non avrei mai immaginato che un figlio potesse donarti così tanto e che potesse diventare il centro e il senso di tutta la tua vita».

 

C’è qualcosa che vorresti assolutamente fare o vedere almeno una volta nella vita?

«Ho diversi viaggi in mente. Inoltre, con mio marito, speriamo di adottare un bambino a distanza e andarlo a trovare».

 

Sei felice della tua vita?

«Sì, tantissimo».

 

La cosa che ti fa ridere a crepapelle.

«Quando mio figlio a due anni e mezzo mi dice: “Ci andiamo a prendere un gelatino??”».


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