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L'esperto risponde

Allenare la memoria: il brain training funziona?

pubblicato il 04-06-2018

Cosa possiamo fare per tenere in esercizio la memoria? Ci sono tecniche efficaci di brain training? Le risposte dell'esperto

Allenare la memoria: il brain training funziona?

Ho 67 anni, valido in tutto, pieno anche di interessi (sono stato docente nei licei), tuttavia sono in allarme: ogni tanto non mi viene la parola che cerco, qualche fatto se lo ricordano altri ma io no. Insomma: la memoria. Vorrei dedicarmi seriamente alla prevenzione, ma c’è chi dice che basta fare le parole incrociate, alcuni centri offrono esercizi “specifici” di Brain Training per potenziare i ricordi, vari medici sentiti dicono o fanno capire che non c’è nulla da fare. Ma c’è qualche esperto specifico che può dire come stanno le cose. Siamo in tanti, oggigiorno, ad essere preoccupati per la decadenza della memoria. Grazie.

Ulisse Z. (domanda arrivata alla Redazione)

 

Risponde Sergio Della Sala, professore di Human Cognitive Neuroscience all’Università di Edimburgo (Scozia)

 

Il concetto di Brain Training o di Memory Training è di moda e anche riviste di divulgazione seria lo utilizzano ampiamente. Alla base c’è l’idea che con semplici esercizi, spesso ludici, potremmo facilmente migliorare le nostre capacità cognitive, diventare più intelligenti, ringiovanire, o imparare una lingua senza fatica. Purtroppo la maggior parte di questi programmi non é sostenuto da dati sperimentali appropriati. Per mostrare l’effetto di un training, uno studio non deve limitarsi a provare che le persone sottoposte a questo allenamento mostrino dei miglioramenti relativi a un compito svolto come parte del programma stesso, ma devono anche mostrare miglioramenti in compiti decisamente diversi. Non solo, lo studio deve anche provare come i benefici siano effettivamente dovuti al programma e non derivino da qualche altro fattore.

Gli studi, insomma, devono dimostrare che gli esercizi proposti non si limitano al miglioramento di questi stessi esercizi, ma siano trasferibili in altri terreni. Invece questi studi per lo piú hanno mostrato che un intenso allenamento su un dato compito porta benefici solo a compiti molto simili. La “nuova” abilità non si generalizza. E non può che essere così. Non esiste “La Memoria”, esistono molti sistemi diversi, molte memorie fra loro distinte e dissociabili. Non usiamo lo stesso sistema per ricordare i dettagli della nostra cena di ieri sera, per ricordare che dovremo portare la figlia a pallavolo ad un’ora precisa, per ricordare qual è la capitale della Turchia, per imparare a guidare, per riconoscere il profumo della nostra partner o per ricordare un numero telefonico il tempo necessario per fare la telefonata.

La notizia che esistano studi che dimostrano l’efficacia di questi esercizi di memoria deriva spesso dalla divulgazione di studi singoli. Ma le certezze scientifiche non derivano da studi individuali, ma dall’accumulo di dati, da metanalisi e da evidenze su grandi numeri.

Nell’ottobre 2014, lo Standford Center on Longevity ha pubblicato un documento intitolato Relazione sul Brain Training da parte della comunità scientifica dove sono riassunte le posizioni della comunità scientifica sull’argomento: afferma come non ci siano valide prove a sostegno della capacità dei vantaggi provenienti da queste mnemotecniche di diventare generalizzati.

Proprio dalla necessità di verificare se i benefici riscontrati in alcuni studi siano trasferibili ad altre funzioni, o se possano migliorare le nostre capacità cognitive in generale, ha preso le mosse una ricerca di qualche anno fa promossa da un gruppo di Cambridge allora guidato da Adrian Owen con l’aiuto della Bbc. Le oltre 11 mila persone che hanno partecipato a questo studio si sono allenate per sei settimane con una serie di prove cognitive simili a quelle che caratterizzano i giochi commerciali. Man mano che s’impratichivano, la difficoltà dei test aumentava. Alla fine, si osservò un certo miglioramento negli esercizi che fungevano da training, ma nessuno in altre prove, o in test cognitivi generali. Inoltre, un terzo dei partecipanti ricevette un training fittizio e le loro prestazioni alle prove cognitive erano indistinguibili da quelle di coloro che si erano allenati secondo i dettami del brain training. Vale la pena rilevare le conclusioni dello studio: «Questi risultati non sostengono la credenza ampiamente diffusa che l’uso di brain training computerizzati possa aumentare le capacità cognitive generali in persone sane, oltre all’ovvio miglioramento specifico nei compiti a lungo praticati».

Questo non significa che non possiamo migliorare il nostro modo di memorizzare. Possiamo migliorare le nostre strategie di apprendimento, la nostra capacità di catalogare, di studiare, di ragionare. Bisogna studiare, leggere, andare al cinema, frequentare amici, avere relazioni emotive, amare, impegnarsi nella vita sociale, praticare sport secondo le nostre possibilità, ridere, piangere possibilmente non da soli, invecchiare senza rimorsi, accettare i rimpianti, mangiare con gusto, bere moderatamente e bene, essere generosi.

Se si vive bene, si pensa bene, e se si pensa bene la memoria ne giova. Esistono poi delle tecniche che derivano da studi di psicologia cognitiva, che ci aiutano ad apprendere meglio, e quindi a ricordare meglio. Per esempio una buona tecnica per l’apprendimento scolastico quella nota come retrieval practice (ripetere ciò che si è appena appreso) che produce un apprendimento più efficace rispetto allo studio basato sulle mappe concettuali. Questo è interessante, perché il processo di “ripetizione” non gode di una buona reputazione in ambito educativo. È spesso considerato un metodo desueto e frusto, antitetico alle moderne nozioni di creatività e apprendimento basato sulla scoperta. Dobbiamo essere sempre scettici su chi ci assicura di poterci rendere più intelligenti, magri o belli con un procedura rapida e senza sforzi, soprattutto quando questi programmi sono venduti a caro prezzo.


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