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L'esperto risponde

Cannabis a scopo terapeutico: quando si può utilizzare?

pubblicato il 10-04-2013
aggiornato il 05-01-2017

Risponde Franco Marinangeli, direttore della cattedra di Anestesia e rianimazione dell’università dell’Aquila

Cannabis a scopo terapeutico: quando si può utilizzare?

Risponde Franco Marinangeli, direttore della cattedra di Anestesia e rianimazione dell’università dell’Aquila

Leggendo i giornali e documentandosi in rete, si ha la sensazione che l'Italia sia piuttosto indietro rispetto al resto d'Europa nell'utilizzo terapeutico dei cannabinoidi, probabilmente per ragioni di natura culturale. La mancata condivisione di un'opinione comune crea confusione e scarsa informazione. Nel corso di quali patologie si può impiegare la cannabis? Serve soltanto a lenire il dolore o ha altri effetti o controindicazioni in particolari categorie di pazienti? In una regione diversa da quelle in cui è consentito l’utilizzo, un medico di famiglia può consigliarla? Se poteste chiarirmi le idee sulla validità di questa possibilità curativa, ve ne sarei grata.

Marianna

Risponde Franco Marinangeli, direttore della cattedra di Anestesia e rianimazione dell’università dell’Aquila

L’efficacia farmacologica dei cannabinoidi è ormai provata da studi universalmente condivisi. I medicinali che li contengono sono indicati nel trattamento farmacologico della nausea e del vomito in pazienti affetti da neoplasie e Aids (trattati con farmaci antiblastici e antivirali). Vi sono anche studi riguardanti l’attività antidepressiva, anticonvulsivante, antispasmodica, antitumorale e stimolante l’appetito. I cannabinoidi hanno un effetto analgesico, e, pertanto, agirebbero in sinergia con gli oppioidi. Permetterebbero, cioè, di ridurre i dosaggi degli analgesici oppiacei necessari a trattare il dolore cronico. Gli effetti collaterali sono minimi, e comunque, così come per gli oppioidi, non è riportata alcuna tossicità d’organo.

Le leggi regionali promulgate a favore dell’uso dei cannabinoidi prevedono la possibilità di prescrivere sia i medicinali registrati all’estero (che però necessitano di tempi lunghi e costi elevati), che le preparazioni magistrali a base di cannabinoidi (preparate dal farmacista). Ci si chiede legittimamente perché si debba assistere a un panorama così disomogeneo, con cittadini di serie A e di serie B, che possono usufruire o meno di farmaci potenzialmente utili per il dolore, a seconda della regione di appartenenza. Si tratta di una discriminazione eticamente inaccettabile, specie se si considera una legislazione nazionale molto garantista nei confronti dei cittadini affetti da dolore cronico.
Resta ancora poco chiaro il motivo che spinge a importare questi farmaci dall’estero, quando il nostro Paese possiede il know-how necessario alla loro preparazione. Occorre ricordare che in Italia è prodotta la palmitoiletanolamide, un endocannabinoide (di natura lipidica) che si è dimostrato efficace nel dolore somatico, viscerale e neuropatico. Esso amplifica i meccanismi endogeni di protezione messi in atto dall'organismo in risposta ai più svariati tipi di danno, come l’attivazione della reattività infiammatoria tissutale e delle vie del dolore. È inquadrato come integratore nutrizionale prescrivibile senza limitazioni in tutto il territorio nazionale. Gli specialisti nella terapia del dolore (algologi) hanno imparato negli ultimi anni ad apprezzarne le efficaci potenzialità e si aspettano, in breve tempo, di poter aiutare i pazienti anche con i derivati della cannabis.


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