Chiudi
L'esperto risponde

Coronavirus: i farmaci si chiamano tecnologia e organizzazione

pubblicato il 24-03-2020

Individuare, testare ed isolare i positivi. Spezzare la catena di contagio è più semplice quando si utilizza la tecnologia. Cina, Corea del Sud e Singapore sono gli esempi che l'Europa deve seguire

Coronavirus: i farmaci si chiamano tecnologia e organizzazione

La guerra al Coronavirus la vinceremo con la tecnologia e l'organizzazione. Se da un lato oggi le misure restrittive si rendono necessarie per ridurre il numero di contagi che ha messo in crisi profonda gli ospedali in Lombardia, dall'altro il solo «lockdown» non ci consentirà di vincere. Chiarissime le parole di Mike Ryan, direttore del dipartimento per le emergenze sanitarie dell'Organizzazione Mondiale della Sanità: «Dobbiamo andare a caccia del virus. Bisogna rintracciare i contagiati e isolarli, e poi rintracciare tutti i loro contatti e isolare anch'essi. Altrimenti al primo allentamento delle misure restrittive l'epidemia potrebbe tornare a crescere esponenzialmente. Cina, Corea del Sud e Singapore sono gli esempi che l'Europa deve seguire».

IL DISTANZIAMENTO SOCIALE E' SOLO IL PRIMO PASSO

Secondo uno studio della Huazhong University of Science and Technology e della Harvard University, a Whuan il tasso di replicazione del virus prima delle misure di contenimento era pari a 3.88, ovvero un individuo infetto poteva propagare il virus circa a 4 persone. Dopo tre settimane di chiusura totale il valore è passato a 0.32. Ciò significa che con quel valore l'epidemia è destinata a spegnersi. Una situazione che anche l'Italia - e molte nazioni a ruota - sta tentando di replicare. Una volta raggiunto però l'obbiettivo, la sfida è tutt'altro che vinta.

Pochi casi in circolazione non adeguatamente isolati, in attesa di un vaccino e della possibilità di immunità di gregge, possono portare ad una ripresa dell'epidemia. Questo è particolarmente vero se si considera che, secondo uno studio dell'italiano Luca Ferretti dell'Università di Oxford, l'infezione trasmessa dagli asintomatici incide per il del 37% totale delle infezioni. 

Coronavirus: testare, isolare, tracciare. L'OMS indica la via

Coronavirus: testare, isolare, tracciare. L'OMS indica la via

17-03-2020
IL RUOLO DEL CONTACT-TRACING DIGITALE

Per evitare la ripartenza dell'epidemia e vanificare gli sforzi del lockdown, la linea dell'OMS è chiara: isolamento dei pazienti con sintomi e tracciamento e isolamento degli individui con cui tali pazienti sono entrati in contatto. «Se tali strategie sono perseguite con metodi tradizionali - spiega attraverso il suo canale twitter Fabio Sabatini, professore di politica economica della Sapienza Università di Roma e direttore dello European PhD Programme in Socio-Economic and Statistical Studies - i ritardi nell'isolamento e nel tracciamento sono inevitabili».

È per questa ragione che, oggi più che maim occorre replicare il modello Corea del Sud, nazione dove dopo l'esplosione iniziale la curva dei contagi ha già iniziato a flettere grazie al contact-tracing digitale. In questa nazione, così come in altre, vi è stata - memori dell'esperienza con la MERS del 2015 - l'attivazione precoce di un protocollo di tracciamento, test e isolamento delle persone venute in contatto con soggetti infetti. Un protocollo basato sull'uso di teconlogie digitali, su un numero estensivo di tamponi e sulla collaborazione della popolazione che si è sottoposta a screening volontario, una volta che ciascuno apprendeva di essere stato in possibile contatto con un soggetto infetto. Informazione, quest'ultima, possibile grazie alle «app» installate sul telefono che segnalavano i luoghi frequentati nei giorni precedenti dai soggetti trovati infetti.

«In sostanza - spiega Sabatini - si tratta di organizzare un sistema di tracciamento digitale che consenta di individuare i potenziali contagiati, testarli tempestivamente e, nel caso, curarli in isolamento e ricostruire immediatamente la loro rete di contatti negli ultimi 14 giorni, al fine, nuovamente, di testare, isolare, curare e tracciare». Un numero, quello dei 14 giorni, che in realtà si potrebbe ridurre molto dal momento che i pazienti sono infettivi 2 giorni prima dei sintomi.

Coronavirus e vaccino: le sperimentazioni in corso

Coronavirus e vaccino: le sperimentazioni in corso

20-03-2020
GUADAGNARE TEMPO

In Corea del Sud questo modello ha funzionato e l'epidemia è stata contenuta senza «lockdown». Ciò non significa che il modello non sia applicabile al nostro Paese. Le misure di restrizione stanno servendo, oltre a spalmare il numero di contagi nel tempo, per guadagnare quel tempo necessario per organizzarci e replicare il modello Corea secondo la logica del tracciamento e della quarantena.

«Se grazie al tempo guadagnato la pressione sul sistema sanitario e il tasso di letalità diminuiranno, organizzeremo un sistema di tracciamento digitale seguendo il modello Corea del Sud per spezzare le catene di contagio e diminuire ulteriormente il tasso di trasmissione, rafforzeremo il sistema sanitario e faremo progressi nella ricerca di terapie, mentre le persone guarite o meno a rischio torneranno a lavorare per rimettere in moto l'economia, allora potremo riacquistare le nostre libertà», spiega Sabatini.

Coronavirus: diversi i farmaci in sperimentazione

Coronavirus: diversi i farmaci in sperimentazione

13-03-2020
RIORGANIZZARE IL SISTEMA DI CURE

Ma accanto alla tecnologia, capace di farci correre alla velocità del virus, sarà sempre più necessario ripensare anche all'organizzazione delle strutture ospedaliere, vero tallone d'Achille dell'emergenza. Come scrivono i medici dell'Ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo in un editoriale sul New England Journal of Medicine a cui ha dato ampio risalto il professor Sabatini, attraverso la traduzione integrale dell'articolo, "stiamo imparando che gli ospedali possono essere i principali veicoli di trasmissione del Covid-19, poiché si riempiono rapidamente di malati infetti che contagiano i pazienti non infetti. Lo stesso sistema sanitario regionale contribuisce alla diffusione del contagio, poiché le ambulanze e il personale sanitario diventano rapidamente dei vettori. I sanitari sono portatori asintomatici della malattia o ammalati senza alcuna sorveglianza. Alcuni rischiano di morire, compresi i più giovani, aumentando ulteriormente le difficoltà e lo stress di quelli in prima linea".

E aggiungono: "Questo disastro poteva essere evitato soltanto con un massiccio spiegamento di servizi alla comunità, sul territorio. Per affrontare la pandemia servono soluzioni per l'intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigenoterapia precoce, ossimetri da polso, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l'adeguato isolamento dei pazienti facendo affidamento sugli strumenti della telemedicina. Un tale approccio limiterebbe l'ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio, proteggendo i pazienti e il personale sanitario e minimizzando il consumo di equipaggiamenti protettivi». 

Ma c'è di più: come sottolinea Enrico Bucci, professore alla Temple University, «chiunque, a qualunque titolo entri in ospedale deve essere considerato e considerare sé stesso potenzialmente infetto. È indispensabile l’autocontenimento del personale sanitario, cui è necessario fornire strutture ricettive specifiche per ritirarsi dopo il lavoro, evitando così il fai da te domestico ed aiutandolo a non contagiare le famiglie. Ed come spesso accade, in caso di marito e moglie medici, aiutarli nella gestione della loro famiglia. Chi entra in ospedale deve essere tracciato in tempo reale, anche con app simili a quelle che usano i riders. I sanitari devono essere sorvegliati con tamponi seriali. Indipendentemente dalla capacità di ogni regione nel restituire il risultato del tampone, la priorità insieme al paziente sintomatico deve essere il tamponamento del personale sanitario». 

 

Daniele Banfi
Daniele Banfi

Giornalista professionista è redattore del sito della Fondazione Umberto Veronesi dal 2011. Laureato in Biologia presso l'Università Bicocca di Milano - con specializzazione in Genetica conseguita presso l'Università Diderot di Parigi - ha un master in Comunicazione della Scienza. Collabora con diverse testate nazionali.


Articoli correlati


Commenti (0)


In evidenza

Torna a inizio pagina