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E’ vero che la pillola fa venire la trombosi?

pubblicato il 06-05-2014
aggiornato il 05-01-2017

Risponde Rossella Nappi, Professore Associato di Clinica Ostetrica e Ginecologica dell’IRCCS Policlinico San Matteo, Università degli Studi di Pavia

E’ vero che la pillola fa venire la trombosi?

Le notizie riguardanti il rischio di trombosi correlato all’assunzione della pillola contraccettiva sono contrastanti: qual è la verità al riguardo? Annalisa F., Firenze

Il timore di potere incorrere in una trombosi a seguito dell’assunzione prolungata della pillola è comune a tutte quelle donne che ne fanno regolare uso, ma sulla questione si è espressa all’inizio dell’anno l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che ha tranquillizzato medici e pazienti. Infatti dall’ampia rivisitazione degli studi in letteratura è stato possibile affermare che i benefici apportati dal contraccettivo sono superiori al pericolo di Trombosi venosa, ossia dell’insorgenza di un coagulo del sangue responsabile appunto della trombosi. Questo rischio, dice la nota informativa disponibile anche sul sito dell’AIFA, esiste ma è molto basso: può interessare dalle 5 alle 12 donne ogni 10 mila.

Ad influenzarlo sono diversi fattori: l’età della donna, l’abitudine al fumo, la pressione alta (ipertensione), le condizioni di sovrappeso e la sedentarietà. A far variare il livello di rischio è anche il tipo di principio attivo della compressa: ai contraccettivi a base di levonogestrel, norgestimato e noretisterone sono infatti associati i più bassi pericoli (in questo gruppo farmacologico si sono registrati tra i 5 e i 7 episodi di TEV ogni 10 mila donne) mentre le percentuali aumentano in caso di progestinici con etonogestrel e norgestromina (dai 6 ai 12 casi) con picchi più alti fra le pillole contenenti gestodene, desogestrel e drospirenone (dai 9 ai 12 eventi). Per i restanti contraccettivi oggi in commercio (clormadinone, dienogest e nomegestrolo) i dati disponibili in letteratura non sono sufficienti per esprimere un eventuale rischio effettivo o possibile.

Dunque, le evidenze scientifiche emerse sul rischio contenuto di sviluppare una trombosi da contraccettivo non indicano la necessità di sospensione in donne che ne fanno uso e che non hanno particolari problemi di salute. Va invece precisato che il rischio aumenta in particolari fasi del ciclo vitale della donna: in gravidanza (dove il rischio di trombosi è già di per sé maggiore) in cui l’evento può manifestarsi in 40-50 casi su 10.000 donne in attesa o nei 40 giorni successivi al parto (puerperio) dove le probabilità possono elevarsi a 150-200 ogni 10.000 puerpere. Resta tuttavia inteso che anche in buone condizioni di salute, la donna deve discutere con il proprio medico di famiglia o il ginecologo la tipologia di pillola più opportuna al proprio profilo individuale.

Prescrivere la pillola è un atto medico ed essa non dovrebbe essere venduta come farmaco da banco; ci sono infatti categorie di donne per le quali il contraccettivo orale non è indicato. Ad esempio in coloro che hanno una storia familiare o personale di trombosi, in chi soffre di emicrania con aura (che è indice anche nelle giovanissime di un alto rischio vascolare), nelle donne fumatrici e in presenza di patologie correlate alla sindrome metabolica (pressione alta e obesità). In tutti questi casi la pillola contenente solo progestinico può essere proposta in alternativa a quelle contenenti anche estrogeni.

Anche in assenza di queste condizioni, in caso di assunzione abituale della pillola, è bene fare attenzione ad alcuni campanelli di allarme, precursori della Trombosi venosa: forti dolori e/o gonfiore alle gambe, un improvviso o immotivato affanno, respirazione accelerata o comparsa di tosse, dolori al petto e una debolezza localizzata alle gambe, alle braccia o al volto. Alla manifestazione di queste sintomatologie è importante rivolgersi subito al proprio medico per una ridefinizione della tipologia, dosaggio e/o sospensione della pillola.


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