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L'esperto risponde

Il cancro è una malattia psicosomatica?

pubblicato il 21-09-2012
aggiornato il 17-01-2017

Risponde Giovanna Gatti, senologa dell'Istituto europeo di oncologia di Milano

Il cancro è una malattia psicosomatica?

Mi sono ammalata di cancro al seno l’anno scorso. A parte tutte le varie terapie e cure cui sono stata sottoposta, sono stata sommersa di «consigli» (non da parte dei medici) circa il fatto che ammalarsi al seno destro o sinistro abbia un significato psicosomatico preciso: ritenete che ci sia un fondamento di verità su queste voci? Magari non tanto sul fatto di ammalarsi, per cui avranno concorso indubbiamente diversi fattori, in parte genetici in parte ambientali, ma forse sul momento in cui il cancro decide di manifestarsi?

Anna '61

Risponde Giovanna Gatti, senologa dell’Istituto europeo di oncologia di Milano

 

Esistono molte filosofie che ipotizzano una stretta correlazione tra psiche e corpo nella genesi delle malattie, nel mondo occidentale ma anche in Oriente. Il tumore è una malattia che si sviluppa a partire da alcuni danni al Dna e questi danni riconoscono cause fisiche (anche se non sempre identificabili). Allo stato attuale, ogni legame fra tumore a cause psichiche è soltanto una pura, ipotesi non suffragata da dati scientifici.
Che poi ammalarsi a un seno piuttosto che all’altro abbia un significato particolare è proprio impossibile da valutare in termini psicosomatici. Quindi, per essere chiari, no: il cancro non può essere considerato una malattia psicosomatica.

Esistono però studi che hanno provato a indagare se lo sviluppo di un tumore possa essere influenzato dalla mente, focalizzando l’attenzione su traumi e lutti pregressi in caso di tumore della sfera genitale femminile. Qualche altra ricerca si è concentrata sullo stress intenso, ma (ancora una volta) non è stata trovata nessuna dimostrazione conclusiva su un rapporto stretto tra psiche e insorgenza di tumore.

Alcuni studiosi hanno tentato anche di rispondere a un simile quesito ricorrente: ansia, stress, preoccupazioni, dispiaceri fanno venire il cancro? La risposta è sempre la stessa, per ora: non esiste alcuna dimostrazione. Anzi, in alcuni studi pare che si dica il contrario, ovvero che chi ha motivo di stress ha risorse che aumentano lo stato di «benessere». Ma è meglio essere prudenti, come gran parte della comunità scientifica, e restare legati ai dati finora certi: non c’è evidenza di una relazione positivo negativa tra stress e tumore.

Quello che invece sappiamo è che la psiche influenza l’andamento delle cure, nel senso che la maggiore o minore voglia di partecipare a controlli e terapie gioca un ruolo nei risultati.
Non si tratta di ottimismo o pessimismo, perché si può essere pessimisti, ma partecipare attivamente e quindi migliorare la probabilità di efficacia.

Il punto è piuttosto quello di una consapevole adesione alle terapie: chi si abbandona al fatalismo o, peggio, alla disperazione è meno «attivo», e quindi meno interessato o partecipe. Mentre è di grande aiuto (prima di tutto per sé stesso) che il malato sia parte integrante del suo processo di cura, interagendo con i medici, prendendo decisioni o esponendo le proprie difficoltà e problemi (se il paziente li racconta si può cercare di trovare una soluzione, ad esempio).

Infine, argomento a sé è il sostegno psicologico ai malati di tumore e ai loro familiari: se una persona sente il bisogno di un supporto per affrontare le «emozioni forti» che la neoplasia scatena (shock al momento della diagnosi o paura, ansia, stress, rabbia, sono molto comuni), ciò non può che essere positivo perché in questo modo potrà affrontare problematiche rimosse o bloccate, evitando che sconfinino in depressione.


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