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L'esperto risponde

La pet-therapy fa davvero bene?

pubblicato il 22-10-2013
aggiornato il 05-01-2017

Risponde Giorgio Conti, direttore della Terapia Intensiva Pediatrica, Policlinico Gemelli, Roma

La pet-therapy fa davvero bene?

 

Risponde Giorgio Conti, direttore della Terapia Intensiva Pediatrica, Policlinico Gemelli, Roma

Mi hanno detto che la terapia con gli animali fa bene. E’ vero e chi può beneficiare della pet-therapy?

A.F., Rimini

Risponde Giorgio Conti, direttore della Terapia Intensiva Pediatrica, Policlinico Gemelli, Roma

Il vantaggio di una pet-therapy è l’empatia e l’interazione che si crea tra l’animale e la persona sofferente. Questo speciale legame, quasi di simbiosi, tra chi dà gratuitamente (l’animale) e chi riceve (il paziente) rende la pet-therapy particolarmente utile in caso di patologie di natura psico-emotiva che colpiscono sia i bambini sia gli anziani, nel trattamento di malati di Alzheimer, tossicodipendenti, disabili fisici e psichici. In tutti questi casi, il contatto con un animale può essere di grande aiuto per soddisfare un bisogno di affetto e sicurezza, quale stimolo per superare le difficoltà ad instaurare relazioni interpersonali e/o a recuperare la padronanza di alcune abilità andate perdute.

Esistono due tipi di pet-therapies: le Animal-Assisted Activities (AAA), ossia attività realizzate con l’ausilio degli animali che hanno l’obiettivo di migliorare la qualità di vita di alcune categorie di pazienti (anziani, ciechi, malati terminali) e le Animal-Assisted Therapies (AAT), delle vere e proprie terapie che rispondono a protocolli e scopi precisi. A queste si può poi aggiungere anche l’Educazione Assistita dagli Animali (EAA) i cui destinatari privilegiati sono i bambini nelle scuole che vengono stimolati ad interagire con l’ambiente. Il risultato è un netto miglioramento del rendimento scolastico e dei rapporti sociali, con una significativa riduzione dei casi di bullismo, di devianza e di abbandono scolastico.

Gli animali adatti alla pet-therapy sono quelli domestici, affiancati al pazienti dopo aver superato severi test che ne attestino lo stato sanitario, le capacità e le attitudini. L’animale per eccellenza in questo genere di terapie è il cane, specie se l’attenzione è rivolta a bambini e anziani, per la facilità con cui si presta al gioco e per l’offerta di compagnia. Seguono poi i gatti, i criceti, i conigli, gli asini, le capre, le mucche, gli uccellini, i pesci e i delfini. Questi ultimi sono particolarmente efficaci per il trattamento della depressione e dei disturbi della comunicazione, tanto che la delfino-terapia si rivela utile per fare uscire, per quanto possibile, i pazienti autistici dal proprio isolamento.

Anche l’ippoterapia dà ottimi risultati, poiché il cavallo non fa solo da psicoterapeuta ma è anche strumento per il recupero o lo sviluppo dell’equilibrio e della muscolatura, a vantaggio del trattamento di patologie neurologiche specie nel bambino. E, in questa direzione, la regione Emilia-Romagna, la prima nel nostro Paese, ha approvato una legge che prevede la possibilità che gli animali domestici possano fare visita in ospedale al padrone, confermando l’importanza dell’interazione terapeutica tra uomo e animale.


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